CERVIGNANO DEL FRIULI (UDINE). L'evoluzione dell'alpinismo italiano nel corso degli anni '30 è stata enormemente enfatizzata da diversi autori, per via delle imprese ardite e sbalorditive compiute dai suoi protagonisti nonostante i mezzi a disposizione possano apparirci, oggi, ben poca cosa - nonché per una certa retorica di regime in voga all'epoca. Ecco che così dalla stagione "eroica" dell'alpinismo emergono figure quasi epiche, come l'aggraziato Emilio Comici, detto “l'angelo” delle Dolomiti, oppure il tenace Riccardo Cassin, nonché il rocciatore che più di altri all'epoca riuscì a fare una sintesi tra le due grandi scuole di alpinismo italiane, quella Occidentale e quella delle Dolomiti: Giusto Gervasutti, di origine friulana.
Passato alla storia come "Il Fortissimo", Gervasutti morì in un incidente di corda il 16 settembre 1946 sul Monte Blanc du Tucul, proprio 80 anni fa. Rocciatore completo, in grado di abbinare l'elasticità del gesto in parete per superare i passaggi più difficili, tipica delle Dolomiti, alla resistenza delle vie lunghissime del Monte Bianco, l'eredità alpinistica di Gervasutti in parete fu per questo tale da aver tracciato una direzione ideale che avrebbe portato l'alpinismo italiano verso la sua evoluzione successiva, venendo immediatamente raccolta e proseguita.
Una direzione verticale mossa innanzitutto dalla capacità di sognare. Per Giusto Gervasutti infatti è il sogno, non le ragioni economiche o la vanagloria, la propulsione che lo spinge sempre più in alto. Pareti all'epoca impossibili diventano invece il mezzo per poter divagare con lo sguardo in modo ancora più ampio e poter sognare ancora di più, come in un circolo virtuoso.
“Per me la vita è sognare. E' combattere e competere per la realizzazione del sogno”, si legge nel suo libro “Scalate nelle Alpi”. Negli anni precedenti aveva infatti fondato una casa editrice, il Verdone, assieme al poeta Renzo Pezzani, tramite la quale pubblicava testi per ragazzi, con il sogno futuro di avviare tramite quel primo libro una collana dedicata alla montagna, ma non ci riuscirà a causa della sua morte precoce. Di nuovo, il sogno, un fattore che sarà ripreso ed enfatizzato ulteriormente da Walter Bonatti, che da Gervasutti si lascia ispirare ricordandone anche le capacità tecniche.
Gervasutti era nato nel 1909 a Cervignano del Friuli, a pochi passi da Aquileia, e a sei anni vide per la prima volta le insegne italiane irrompere in città, portate sulle punte delle baionette dei soldati. E' la prima guerra mondiale e poche case più in là rispetto alla sua si ferma a soggiornare un altro poeta, che in quel momento le montagne punta a sorvolarle in aeroplano, sia verso Vienna che oltre il mare di Trieste: Gabriele D'Annunzio. Il soprannome de “Il Fortissimo”, gli deriva dal fatto che in parete non si limita a sognare, è un gladiatore inarrestabile che combatte contro i suoi limiti.
Si pensi che alle prime luci dell'alba del 23 luglio del 1936 assieme al parigino Lucien Devies attacca l'inviolata parete Nord-Ovest dell'Ailefroide, sulle Alpi del Delfinato, e dopo aver risalito un canalino di pietrame un grosso blocco di roccia che aveva afferrato si stacca e gli cade addosso, per evitarlo scivola, sbatte per terra e si alza tumefatto con un dolore lancinante al fianco sinistro che avrebbe fatto desistere chiunque. Al contrario, Gervasutti completa quella difficilissima salita il pomeriggio del giorno seguente con due costole rotte.
In quel 1946 invece, Giusto Gervasutti vive a Torino da ormai oltre vent'anni, ed è un mito della montagna che ha superato difficoltà estreme sulle Alpi e all'estero, anche in condizioni invernali. Il 16 settembre si trova a effettuare una discesa di corda assieme al compagno Giuseppe Gagliardone dal Mont Blanc du Tacul perché le condizioni meteorologiche sono peggiorate, quando a un tratto la corda si impiglia tra le rocce frenandoli. Risale a forza di braccia per disincagliarla, ma mentre prepara la corda doppia tutto accade in un'istante: forse per una distrazione, forse per aver perso l'equilibrio, Gervasutti precipita per trecento metri davanti allo sguardo impietrito di Gagliardone.
Il suo corpo verrà ritrovato alla base della parete e del ghiacciaio del Monte Bianco al sorgere del sole seguente dalle guide Toni Gobbi e Eugenio Bron. Si compie così il tragico destino di un alpinista formidabile, che ha contribuito a cambiare per sempre la storia dell'alpinismo, ma anche quello di un uomo che si è assunto sulle proprie spalle tutti i pericoli dell'esplorazione alpina ai massimi livelli dell'epoca.
Alla sua figura sono state dedicate diverse opere, tra le quali un film-documentario del 2009 prodotto dal Centro televisivo regionale della Regione Friuli Venezia Giulia per la regia di Giorgio Gregorio che ben incornicia l'essenza dell'alpinista friulano, intitolato “Giusto Gervasutti - il solitario signore delle pareti”. All'interno dell'opera spicca un particolare emblematico sulla consapevolezza del dramma che Gervsutti portava dentro di sé, cioè il ricordo di Luisa Balestrieri, che in gioventù intrattenne una frequentazione con l'alpinista durata per anni, finché, racconta, Gervasutti le disse: “A questo punto so che dovrei chiederti di sposarci, ma non lo farò, perché io morirò in montagna”.