Milano, 30 ago. (askanews) – Negli ultimi anni l’abbigliamento tecnico da montagna ha allargato il proprio pubblico, uscendo in parte dall’ambito specialistico per entrare nell’uso quotidiano. La maggiore diffusione ha reso più evidente un problema strutturale legato alla sostenibilità: giacche impermeabili e altri capi ad alte prestazioni combinano membrane, tessuti accoppiati, zip, nastri e fibre differenti, materiali difficili da separare e recuperare quando il prodotto non è più utilizzabile. È da questo nodo, cioè dal modo stesso in cui un capo viene progettato, che parte “System 0”, il programma di progettazione circolare sviluppato da Arc’teryx, azienda canadese specializzata in abbigliamento e attrezzatura tecnica per la montagna e parte del gruppo Amer Sports.
La questione riguarda l’intera industria tessile. In Italia, secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA, sono state prodotte quasi 905mila tonnellate di rifiuti tessili, circa 15 kg per abitante: soltanto un quinto è stato intercettato dalla raccolta differenziata, mentre circa 725mila tonnellate sono rimaste nel rifiuto residuo. Su scala mondiale, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima in circa 92 milioni di tonnellate i rifiuti tessili generati ogni anno. Numeri che aiutano a capire perché, accanto alla gestione del fine vita, stiano acquistando peso la durata dei prodotti, la loro riparabilità e il modo in cui vengono costruiti.
Il primo prodotto sviluppato secondo i criteri di “System 0” è la “Sperro SV”, una hardshell scelta da Arc’teryx come banco di prova proprio perché concentra alcune delle maggiori difficoltà del settore. Un guscio destinato alla montagna deve infatti garantire contemporaneamente impermeabilità, traspirabilità e resistenza, mettendo insieme materiali differenti in una struttura capace di funzionare come un unico sistema. Ciò che rappresenta un vantaggio tecnico durante l’uso può però diventare un ostacolo quando il capo deve essere smontato e i suoi componenti avviati al recupero.
La “Sperro SV” utilizza Gore-Tex Pro con membrana ePE e strati esterno e interno in nylon concepiti per poter essere separati quando il capo non è più riparabile. Il materiale viene triturato, il nylon diviso dalla membrana e inviato ad Aquafil, azienda trentina specializzata nella produzione di fibre sintetiche e polimeri, per essere rigenerato nel filato ECONYL. Anche alcuni componenti sono stati ripensati in funzione della manutenzione: la zip principale adotta un cursore sostituibile e le zone maggiormente soggette a usura sono state rinforzate.
Il Parlamento europeo ricorda che circa il 78% dei prodotti tessili richiede operazioni di disassemblaggio prima di poter essere sottoposto a riciclo tessile-tessile. Zip, cuciture, membrane, rivestimenti e materiali diversi possono rendere complesso recuperare fibre sufficientemente omogenee per produrre nuovi tessuti. Pensare alla separazione già nel momento del progetto significa quindi intervenire su uno degli ostacoli tecnici che oggi limitano la circolarità del settore.
La scelta di partire da una hardshell nasce proprio da questa complessità. “Abbiamo scelto appositamente di iniziare con una hardshell, il prodotto più complesso che realizziamo: se riusciamo a chiudere il cerchio qui, possiamo applicare gli stessi principi a tutto il nostro sistema. E questo è solo l’inizio”, ha spiegato Katie Becker, responsabile creativa di Arc’teryx. La sostenibilità, in questa prospettiva, non coincide con il solo impiego di una fibra riciclata: un capo che può essere riparato resta in uso più a lungo e rinvia il momento in cui dovrà essere sostituito, prolungando anche la vita delle materie prime e dell’energia impiegate per produrlo. È la logica indicata dalla strategia europea per il tessile, che punta su prodotti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili.
Lo sviluppo di questa nuova giacca sperimentale ha richiesto circa quattro anni e ha utilizzato anche le informazioni raccolte attraverso ReBIRD, il sistema del marchio dedicato alla riparazione, alla permuta, alla rivendita e al riutilizzo. L’esperienza maturata sui capi tornati nei laboratori ha permesso di individuare le parti che tendono a deteriorarsi prima e di intervenire direttamente sul progetto. Per la nuova giacca sono possibili oltre 80 differenti operazioni di riparazione; un codice associato al prodotto consente inoltre di accedere a un passaporto digitale destinato a conservarne le informazioni e gli interventi effettuati nel corso del tempo.
Secondo l’azienda canadese, nel 2025 le attività di ReBIRD e la collaborazione con operatori del riciclo tessile hanno evitato lo smaltimento di 47.152 articoli e 12.275 chilogrammi di materiali. La “Sperro SV” è inoltre il primo prodotto dell’azienda certificato secondo lo standard TESTEX Circularity, che prende in esame durabilità, riparabilità, riciclabilità, composizione dei materiali, tracciabilità e servizi collegati all’economia circolare.
Prima dell’arrivo sul mercato, il capo è stato sottoposto a prove con alpinisti professionisti e componenti del North Shore Rescue di Vancouver. I test hanno fornito indicazioni sul comportamento dei tessuti e dei componenti sottoposti a un uso intenso e hanno contribuito alla messa a punto della costruzione finale. Per la “Sperro SV” Arc’teryx prevede inoltre tre anni di riparazioni illimitate fuori garanzia attraverso ReBIRD.
Nel 2025 il Parlamento europeo stima che soltanto circa l’1% degli abiti venga riciclato in nuovi capi. Textile Exchange, guardando invece al mercato mondiale delle fibre, rileva che meno dell’1% deriva da rifiuti tessili pre o post-consumo. Sono indicatori diversi, ma convergono su un punto: il riciclo da tessile a tessile occupa ancora una quota minima rispetto ai volumi complessivi del settore. Un riferimento quantitativo riguarda il nylon rigenerato impiegato nel progetto: Aquafil attribuisce al polimero ECONYL un’impronta di 1,69 chilogrammi di CO2 equivalente per chilogrammo e una riduzione del 74% delle emissioni rispetto al nylon standard prodotto dalla stessa azienda.
La scelta delle materie prime pesa anche sul bilancio climatico del gruppo cui appartiene Arc’teryx. Per Amer Sports, come per altre aziende del settore, gran parte delle emissioni legate alla catena del valore rientra nello Scope 3, che comprende tra l’altro la produzione dei materiali acquistati e il trattamento a fine vita dei prodotti venduti. Intervenire su design, materiali e durata significa dunque agire su fasi rilevanti dell’impatto ambientale complessivo.