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Accusare un collega è mobbing? Chi paga i danni?


Il datore risponde delle offese tra dipendenti se non tutela la salute psicofisica in azienda. Ecco cosa dice la legge sulla sicurezza sul lavoro.

Molti dipendenti si trovano a dover fronteggiare situazioni spiacevoli in ufficio, fatte di pettegolezzi e attacchi personali privi di fondamento. Quando la tensione supera il livello di guardia, è legittimo domandarsi quali tutele offra il nostro ordinamento giuridico. La questione centrale riguarda non solo chi lancia le accuse, ma anche chi gestisce l’organizzazione. Spesso sorge il dubbio: accusare un collega è mobbing? E chi paga i danni? La risposta tocca i doveri fondamentali di chi è a capo dell’impresa. Non basta che il titolare si astenga dal compiere atti ostili; egli deve attivarsi concretamente per impedire che altri lo facciano. La legge pone la salute del lavoratore al di sopra del profitto economico, includendo in questo concetto anche il benessere mentale e la dignità personale. Se l’ambiente diventa tossico a causa di maldicenze, l’azienda deve risponderne. Analizziamo come la giurisprudenza ha chiarito questi obblighi, stabilendo principi fermi sulla responsabilità datoriale anche per fatti commessi dai colleghi.

Indice

Quando le accuse infondate diventano mobbing?

Il comportamento dei colleghi che diffondono voci non vere può trasformarsi in una condotta illecita. Rivolgere accuse prive di fondamento a un compagno di lavoro costituisce mobbing quando tali azioni hanno un esplicito intento persecutorio. Non si tratta di semplici incomprensioni, ma di vere e proprie condotte vessatorie mirate a colpire la persona.

La giurisprudenza (Cass. sent. n. 27913 del 4 dicembre 2020) ha riconosciuto che la diffusione di maldicenze e le offese ripetute creano un danno ingiusto al dipendente. Per esempio, se un gruppo di lavoratori prende di mira un collega inventando errori mai commessi o diffondendo pettegolezzi sulla sua vita privata per isolarlo, si configura una situazione di persecuzione. In questi casi, il lavoratore subisce una lesione alla propria integrità che va oltre il semplice disagio lavorativo.

Il datore è responsabile se non ha insultato nessuno?

Un punto fondamentale riguarda la responsabilità del capo. Spesso si crede che se il datore di lavoro non ha pronunciato le offese, non debba pagare nulla. Non è così. L’azienda può essere condannata al risarcimento del danno anche se l’imprenditore o il superiore gerarchico non è l’autore materiale delle vessazioni.

Il datore non può ritenersi esente da colpe solo perché non ha partecipato attivamente alle maldicenze. Egli ha un dovere specifico: deve garantire un ambiente di lavoro sereno. Se non impedisce che i colleghi attacchino un dipendente, viene meno ai suoi obblighi di tutela. La sua responsabilità nasce dal non aver adottato le misure necessarie per proteggere il lavoratore dalle aggressioni verbali e psicologiche degli altri. Il capo ufficio deve agire come un garante a trecentosessanta gradi della sicurezza dei suoi sottoposti.

Quali obblighi impone la sicurezza sul lavoro?

Il concetto di sicurezza sul lavoro non riguarda solo caschi, estintori o prevenzione degli infortuni fisici. La legge include nella sicurezza anche la protezione dai danni morali. Il principio cardine si trova nel codice civile (art. 2087 c.c.). Questa norma agisce come una regola di chiusura del sistema antinfortunistico.

Essa impone all’imprenditore di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica dei prestatori di lavoro. Questo obbligo vale anche per situazioni non espressamente previste da altre leggi specifiche al momento della loro scrittura. Se non esistono norme di dettaglio, si applica questa regola generale. Significa che l’azienda deve prevenire ogni situazione che possa ledere la salute mentale del dipendente, comprese le dinamiche relazionali tossiche. La mancata adozione di queste tutele fa scattare la responsabilità dell’azienda.

La produttività vale più della dignità del lavoratore?

La legge stabilisce una gerarchia di valori molto chiara. L’attività produttiva e il guadagno economico non possono mai calpestare la persona umana. Questo principio trova fondamento diretto nella Costituzione. L’ordinamento sancisce il ripudio dell’ideale produttivistico come unico criterio per guidare le azioni dei privati.

L’utilità sociale dell’impresa non va intesa solo come creazione di ricchezza materiale per la collettività. Essa deve coincidere con la realizzazione e il pieno sviluppo della persona umana. I valori che devono prevalere sono:

La concezione che vede l’individuo solo come uno strumento per generare patrimonio deve recedere. Al primo posto ci sono il rispetto della persona e la sua salute, intesa in senso ampio, all’interno del luogo dove svolge la propria attività.

Come viene calcolato il risarcimento del danno?

Quando viene accertata la responsabilità per il mancato intervento contro il mobbing, l’azienda deve risarcire economicamente la vittima. Il calcolo si basa sul danno biologico e morale subito. Prendiamo come esempio il caso trattato dai giudici (Cass. sent. n. 27913 del 4 dicembre 2020): una società è stata condannata a versare alla dipendente una somma specifica.

Nel caso di specie, alla lavoratrice, che nel frattempo era stata licenziata, sono stati riconosciuti quasi seimila euro. Questa cifra è stata calcolata basandosi su un’inabilità temporanea della durata di 90 giorni. Il risarcimento serve a coprire il periodo in cui la persona non è stata bene a causa delle vessazioni subite e della mancata protezione da parte del datore.