Non stava bene da tempo, così dischi e concerti non ci ricordavano più quale straordinario talento fosse. Cassandra Wilson è morta ieri, a 70 anni, nella sua Jackson, Mississippi. Voce di contralto scura, profonda, calda, energica, possente, magistrale nella scansione ritmica come nella reinvenzione melodica, «una delle mie cantanti di oggi preferite» decretò nel 2001 Bob Dylan, ha attraversato ogni sfumatura del jazz riversandovi dentro le sue esperienze, passando dal blues al country, dal folk al pop, e riuscendo ad aggiungere del nuovo al repertorio di Beatles, Joni Mitchell e il già citato Dylan come a quello di Miles Davis. È stata una delle protagoniste del movimento del «retronuevo», l’onda di fine anni Ottanta che provò a misurarsi in modo innovativo con la tradizione. Con Steve Coleman e il collettivo M-Base usò l’arte dell’improvvisazione per attraversare anche il funk, il reggae, il rap non ancora di moda, accanto all’amatissimo hard bop.
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Su quattro nomination ai Grammy ne aveva vinti due: nel 1997 per «New moon daughter» e nel 2009 per «Loverly». Nel 1997 fu protagonista in «Blood on the fields» di Wynton Marsalis, prima opera jazz a vincere il Premio Pulitzer. Il suo ultimo album in studio, del 2022, è un omaggio a Billie Holiday, «Coming forth by day». «La sua voce evocava il Sud» ha detto ieri il collega Jon Batiste, ricordandone «il timbro vocale e il fraseggio inconfondibile, il suo modo di intrecciare musica folk, rhythm and blues e jazz della diaspora con generi sperimentali e popolari».
Nata a Jackson il 4 dicembre 1955, padre musicista e madre insegnante, ha collaborato con Greg Osby, The Roots, Luther Vandross, Angelique Kidjo, Terence Blanchard, Woody Shaw, Henry Threadgill, Dave Holland. Tra i suoi dischi da (ri)ascoltare c’è, di sicuro, «Belly of the sun» (Blue Note, 2001), in cui con voce corposa e sensuale si immergeva nel Delta del Mississippi, incontrando il supernonno pianista Boogaloo Ames, misurandosi con caposaldi come «The weight» (The Band) e «Shelter from the storm» (Dylan), concedendosi anche qualche deviazione dal percorso per ritrovarsi in Brasile («Waters of march» di Jobim) o duettare con India.Arie («Just another parade»). Ma anche «Blue point of view» (Blue Note, 1993) capace di mettere mano a materiali di Robert Johnson come al soul di Ann Peebles, rileggendoli, dilatandoli, riscrivendoli. Un esempio di jazz-jazz, moderno, antico, emozionante. Qualcosa che senza di lei sarà sempre più difficile trovare.