(di Francesca Pierleoni)
La ripresa nell'ultima stagione del
suo spettacolo, da autore e protagonista, firmato con Giancarlo
Dotto "Essere o non essere, in memoriam di Carmelo Bene",
dedicato al grande amico e compagno d'avventure nella
rivoluzione portata sulla scena dagli anni '60, è stata una
delle ultime performance di Pippo Di Marca, che a 86 anni, è
morto oggi a Roma. Il grande attore, regista e drammaturgo,
considerato una delle figure di riferimento dell'avanguardia
teatrale italiana, è precipitato da una terrazza al quinto piano
della sua abitazione nel quartiere Trastevere. Tra le prime
ipotesi una caduta accidentale o il gesto volontario; poi è
stato trovato un biglietto indirizzato alla famiglia in cui si
legge: "Non ne posso più...il mio corpo è come un cadavere...lo
spettacolo è finito...".
Sul posto dopo l'episodio erano intervenuti gli agenti del
commissariato Trastevere. Nato a Catania il 12 ottobre 1939,
Di Marca ha debuttato nel 1969, al Teatro La Fede di Roma, in
L'imperatore della Cina e A come Alice, con Giancarlo Nanni, un
altro dei grandi protagonisti dell'avanguardia di quegli anni,
insieme, fra gli altri, oltre a Bene, anche Leo de Berardinis,
Carlo Quartucci, Mario Ricci, Claudio Remondi e Riccardo
Caporossi, la compagnia La Gaia Scienza. "Una storia che ancora
va avanti e che dovrebbe essere un vanto per la cultura e per la
storia del teatro italiano" ma che invece "per la damnatio
memoriae" che c'è in questo Paese "piano piano si sta tendendo a
dimenticare" spiegava Di Marca in una video intervista di alcuni
anni fa, ospite del Teatro del Lemming. Una ricerca e
"un'incredibile esperienza", ispirata anche da artisti come
Julian Beck del Living Theatre che ha rinnovato il teatro di
tradizione dalle fondamenta con un "un'idea di creatività
alternativa" sviluppata "in mille modi" osservava. Di Marca gli
ha dato forma soprattutto come fondatore e direttore del
Meta-Teatro, creato nel 1971, definito "un luogo aperto,
visionario e totale" ispirandosi a maestri ideali come Duchamp e
Lautréamont.
In quasi 60 anni di carriera ha realizzato una settantina di
spettacoli, oltre a performance e azioni sceniche in Italia e
nel resto del mondo. Un viatico nel quale ha riesplorato e
reinventato fra gli altri Shakespeare, Pirandello, Kafka
Beckett, Genet, Gadda, Sanguineti, Ibsen, Bernhard, Bufalino,
Joyce, Handke, Cortàzar, Cechov, Strindberg, Manganelli; ha
portato in scena propri testi, come Lo specchio e l'anima e
Passeggero Bolano; ha saputo unire sul palco, musica, arte
visiva, cinema e poesia. Da un 'Giorni felici' tra Beckett e
Peckinpah, a Bersagli, nato da Blade Runner di Ridley Scott, da
Tetragramma, con poesie di Bellezza, Bertolucci, Caproni, Pecora
a Per terra mota da Full Metal Jacket di Stanley Kubrick.
Un'arte di cui ha lasciato testimonianza anche come studioso,
romanziere e saggista e fra gli altri, sul grande schermo come
interprete di Giulio Andreotti in Il traditore di Marco
Bellocchio (2019). "Lo spettatore per me è colui il quale entra
in sintonia con i miei spettacoli che sono un po' particolari,
non sempre facili da amare" spiegava. Il pubblico "è il
referente che ha la funzione di vivificare quello che facciamo e
credo che questo abbia un valore per i più sensibili di noi. Per
cui io, per esempio, non conto mai il numero degli spettatori,
conto la loro qualità".
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