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ADHD e maternità: sfide, necessità e bisogno di supporto


La psicoterapeuta Cheryl Kennedy MacDonald ha ricevuto la diagnosi di ADHD verso la fine dei suoi 30 anni: solo allora ha capito come la sua neurodivergenza avesse condizionato la sua esperienza della gravidanza e della maternità. “Allora non avevo le parole giuste per spiegare perché certe cose mi sembrassero molto più difficili rispetto a quanto sembrassero per le altre donne”, afferma la terapeuta, che è anche founder di Female Focused Therapy, uno studio di psicoterapia e counseling per donne che stanno affrontando momenti di transizione.

Nonostante riuscisse a gestire una carriera di successo, con tutte le complessità che ciò comporta, si è ritrovata “sopraffatta” dalle basilari esigenze di cura di suo figlio appena nato. “L’organizzazione e la gestione delle faccende quotidiane non sono mai state il mio forte e, quando ho avuto mio figlio, sono diventate inevitabili. Era piuttosto difficile da comprendere, soprattutto perché gestivo un business di successo e mi veniva detto che la maternità avrebbe dovuto venirmi naturale”.

ADHD è l’acronimo di Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, e cioè “disturbo dell’attenzione e iperattività”, e rientra nell’insieme delle neurodivergenze. In natura esiste infatti una variabilità tra i sistemi nervosi di ciascun essere umano, per cui ognuno di noi interagisce con il mondo e le altre persone in maniera diversa. Al netto delle differenze individuali, nella maggior parte dei casi le persone hanno uno sviluppo neurologico definito “tipico”, ovvero reagiscono agli stimoli esterni in maniera simile. Una minoranza di persone invece è neurodivergente, cioè diverge dalla modalità più comune di sviluppo neurologico: nell’insieme delle neurodivergenze rientrano ad esempio l’autismo, la dislessia e, appunto, l’ADHD.

“L’ADHD non è un problema di mancanza di attenzione”, spiega Kennedy MacDonald, ma è piuttosto “la difficoltà nel mantenere l’attenzione, il che significa che qualsiasi cosa non sia interessante o non generi dopamina risulta impossibile da fare. Questa condizione influisce sulle funzioni esecutive, ovvero sulla capacità del cervello di organizzare, stabilire le priorità, avviare attività, passare da un’attività all’altra e mantenere le informazioni in mente”. E la maternità fa molto leva su queste funzioni: “Stai costantemente reagendo a qualcosa, cambiando piani, e cercando di ricordare cosa stavi facendo prima di essere interrotta”, afferma la psicoterapeuta, per cui “l’effetto cumulativo del gestire decine di piccole task” può generare “un particolare tipo di sfinimento mentale nelle donne ADHD”.

A ciò va aggiunto l’aspetto emotivo. “L’ADHD può causare difficoltà nella regolazione delle emozioni, quindi quando si è già in uno stato di sovrastimolazione, in deprivazione di sonno e sotto pressione, anche una cosa relativamente piccola può sembrare enorme”, spiega Kennedy MacDonald. E qui possono allora arrivare i sensi di colpa, il confronto con le altre donne e il sentirsi molto distanti dall’immaginario comune di come una madre dovrebbe essere e reagire davanti alle esigenze dei propri figli. Aspettative e pretese dannose per tutte le madri, ma che per le donne ADHD possono diventare anche più deleterie. È stata infatti riscontrata una possibile associazione tra ADHD e sintomi di depressione e ansia post-partum: sebbene ci sia ancora poca ricerca sul tema, secondo Kennedy MacDonald comunque è un dato importante da tenere in considerazione, che ci dice che le madri ADHD hanno bisogno di supporto mirato.

Alcune donne, inoltre, sperimentano cambiamenti già durante la gravidanza, dovuti probabilmente all’impatto degli ormoni. Anche questo tema è ancora poco indagato: al momento infatti sappiamo solo che molte donne ADHD riportano che certi sintomi cambiano o peggiorano durante alcune fasi del ciclo mestruale e che anche i farmaci che assumono funzionano diversamente. Uno studio londinese sta indagando proprio su questo: come le variazioni ormonali di estrogeno e progesterone durante l’intero ciclo mestruale possano influire sull’ADHD. Dato l’aumento degli estrogeni e del progesterone durante la gravidanza, questo studio potrebbe essere utile anche per capire gli effetti dei cambiamenti ormonali durante la gravidanza.

Oltre alla necessità di capire meglio cosa succede e come dare supporto adeguato alle donne ADHD durante gravidanza e maternità, esiste anche un problema a monte. Poiché le diagnosi di ADHD si basano ancora su un prototipo maschile, che presenta manifestazioni molto diverse rispetto a quello femminile, nelle donne spesso l’ADHD non viene riconosciuto: le diagnosi di ADHD e di neurodivergenze in generale nelle donne arrivano infatti spesso tardi, quando sono già adulte. Questo vuol dire che sono in tante ad attraversare il delicato periodo perinatale, cioè quello che va dalla gravidanza a un anno dopo il parto, facendo fatica a gestire emozioni e sensazioni, ma senza essere consapevoli di essere neurodivergenti. È quello che è successo a Kennedy MacDonald, ma anche a tantissime altre donne. La giornalista Sarah Marsh ha raccontato ad esempio al quotidiano britannico The Guardian del senso di oppressione che ha sentito nelle ore successive al parto. Le luci, i rumori, il pianto dei bambini, la sensazione di calore estrema, la stanchezza l’hanno velocemente fatta sentire sopraffatta, ma non riusciva né a reagire né a capire cosa stesse succedendo. “Ricordo di essermi guardata intorno, piangendo, incapace di zittire il rumore nella mia testa”, ha scritto Marsh: “Solo un anno dopo, quando ho scoperto di essere neurodivergente, le difficoltà che avevo affrontato quel giorno hanno finalmente avuto un senso. Certi aspetti del diventare genitore sono semplicemente più difficili per le persone ADHD”.

Per provare ad affrontare al meglio gravidanza e maternità, Kennedy MacDonald individua una serie di strategie e azioni che possono risultare utili. Tra queste, suggerisce innanzitutto di “capire come funziona il tuo cervello e costruire la tua vita partendo da qui”. Non sforzarsi per adattarsi a modalità che creano disagio, insomma, ma piuttosto capire cosa genera difficoltà e quali modalità possono aiutare a ridurle. Anche chiedere supporto è importante, e soprattutto farlo per tempo, non soltanto quando si è esauste. Lo stesso vale per prendersi una pausa quando si è sovrastimolate e prima di essere sopraffatte: “Qualche minuto di respirazione, stare all’aria aperta e fare ginnastica dolce” può ad esempio essere di grande aiuto. Infine, l’esperta consiglia anche di non dare per scontato che le sensazioni di fatica siano necessariamente dovute all’ADHD: “Umore basso in maniera persistente, ansia, pensieri intrusivi o la sensazione di non riuscire a gestire le situazioni meritano una valutazione adeguata, in particolare durante la gravidanza e dopo il parto. L’ADHD e i disturbi di salute mentale post-parto possono sovrapporsi, e le donne non dovrebbero essere costrette a distinguere da sole la differenza”.