
Gli Slow Fiction sono una band di New York formata nel 2021 da Julia Vassallo (voce), Paul Knepple e Joseph Skimmons (chitarre), Ryan Duffin (basso) e Akiva Henig (batteria).
La loro storia è abbastanza bella perché nasce in maniera molto poco “industriale”: Vassallo e gli altri si incontrano attraverso Craigslist e amici comuni, e il primo vero incontro della band avviene nell’appartamento di Vassallo nell’East Village. Si mettono seduti in cerchio con le chitarre e lei tira fuori “Brain Protection Agency”. Da lì decidono, sostanzialmente, di essere una band. I primi demo vengono registrati dal vivo nel maggio 2021 e quell’estate iniziano a suonare in giro per New York.
Gli Slow Fiction mettono insieme il retaggio dell’indie/alternative rock newyorkese — Yeah Yeah Yeahs, Interpol, The Walkmen — con influenze della poesia della New York School, in particolare Anne Waldman e Ted Berrigan.
Quindi non sono semplicemente una band “garage”: c’è una componente molto letteraria, nervosa e urbana nel modo in cui costruiscono le canzoni.
Nel frattempo diventano una band interessante anche dal vivo, arrivando a condividere il palco con gruppi come Wet Leg, Vundabar ed English Teacher.
Gli Slow Fiction sembrano essere cresciuti più come collettivo che come progetto costruito attorno alla cantante. I membri descrivono il rapporto fra loro come una trasformazione da amici a una sorta di famiglia: tutti contribuiscono alla scrittura e alla forma finale dei pezzi.
“Doollhouse” è il loro debutto sulla lunga distanza: 11 tracce, circa 41 minuti, pubblicate il 7 agosto 2026. È il loro primo LP, autoprodotto dalla band e pubblicato dalla nuova etichetta Tight Knit; il mix è di Sonny DiPerri, mentre il mastering è di Carl Saff.
Le influenze dichiarate per “dollhouse” comprendono Yo La Tengo, Cocteau Twins e Broken Social Scene, e il risultato tende verso uno shoegaze molto leggero, fatto di spazi, chitarre che si sovrappongono e melodie che rimangono sospese.
L’idea ricorrente è quella di guardare le persone dall’esterno, osservarle come se fossero personaggi dentro una casa di bambole, e contemporaneamente chiedersi quanto di ciò che mostriamo agli altri sia veramente noi.
L’incipit di “junior year” è già una dichiarazione d’intenti: la domanda centrale è, in sostanza, chi sei quando nessuno ti sta guardando?
Da lì il disco gira continuamente intorno a identità, performance, voyeurismo, alienazione e percezione. La cosa interessante è che non sembra voler risolvere queste contraddizioni: piuttosto le mette in scena.
E questo spiega anche il titolo: la “dollhouse” è contemporaneamente un luogo intimo e un luogo esposto, una casa privata che però possiamo guardare dall’esterno.
Il singolo “satellite” è particolarmente rivelatore.
Vassallo lo ha concepito intorno all’idea di una persona che guarda qualcosa di terribile alla televisione e, a un certo punto, semplicemente spegne tutto perché non riesce più a sopportarlo. Da lì il pezzo diventa una riflessione sulla nostra capacità — o incapacità — di provare empatia quando le tragedie ci arrivano attraverso uno schermo.
È un tema molto contemporaneo, ma gli Slow Fiction evitano di trasformarlo in una canzone di protesta tradizionale. È più una sensazione di intorpidimento, di distanza, quasi di colpa.
Questo disco non ti dice semplicemente cosa pensare ma ti mette nella posizione scomoda di doverti guardare mentre guardi il mondo.
Se dovessimo collocarli idealmente, diremmo che gli Slow Fiction stanno in un punto abbastanza affascinante fra indie rock newyorkese, noise pop, garage, shoegaze, songwriting quasi poetico.
Ma la cosa che li distingue è Julia Vassallo. La sua scrittura non è quella tipica dell’indie rock confessionale: è più obliqua, osservatrice, piena di immagini e prospettive che cambiano. E la band le costruisce attorno un suono che può essere aggressivo un attimo e quasi etereo quello dopo.