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Alessio Carciofi: «Noi siamo umani e non tutto ci è dovuto»


Dentro un libro che è un dialogo tra un frate e un’intelligenza artificiale, il frate – di cui l’immaginario comune esalta l’ascetismo – esprime preoccupazioni profondamente umane, mentre l’intelligenza artificiale non utilizza il linguaggio assertivo che ci si aspetterebbe dal chatbot. C’è un espediente narrativo, però, nel prologo: un blackout che priva l’AI di ogni antropomorfizzazione. Uscito il 1° settembre 2026 ed edito Feltrinelli, Spegni tutto. Vivere nell’era artificiale senza diventare robot è il quarto libro di Alessio Carciofi. Segue Digital Detox (2017), Vivere il Metaverso (2022) e Wellbeing. Il futuro umano e digitale del benessere (2023), a differenza dei quali offre un approccio e una prospettiva più emotivi e meno letterari. Carciofi stesso, nella sua newsletter, ha svelato che «è il libro che avrei sempre voluto scrivere» e «ho iniziato a scrivere come parlerei a una persona seduta davanti a me». In un’altra edizione, si è augurato «che io possa avere gli occhi di Dio» e «che io possa ricordarmi di rimanere piccolo», perché – racconta a Esquire Italia – «la sfida è ricordarci che siamo umani e che non tutto ci è dovuto», al termine di un’intervista conclusa con una preghiera degli alcolisti anonimi, che Carciofi rinviene «mutuata dalla preghiera semplice di San Francesco», sebbene Wikipedia ne riveli un’attribuzione falsa, e che è il mantra dell’autore: «Fare in mondo che in un mondo di tenebre io porti della luce», alla stregua del “buon padrone” della parabola contenuta nel Vangelo secondo Matteo. «Dio ci dice che tutti conquisteremo il suo mondo, a prescindere dall’apporto. Non in base alla performance, ma in base alla condivisione».

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Courtesy: Feltrinelli via Amazon

Come è nato questo libro?

Questo è il mio primo vero libro. In quegli altri ho scritto per gli altri, questo invece parte da me ed è privo di troppe fonti bibliografiche e studi perché non mi importava di nascondermici dietro. Mi premevano due aspetti: il primo è raccontare un po’ la mia storia – tra le righe, non tanto, Padre Bonaventura è stato il mio padre spirituale e volevo dargli il giusto ringraziamento, anche se lui era una persona molto umile e mi prenderebbe a sberle se fosse qua, ma poi ci rincontreremo e me la farà pagare (ride, ndr) – e il secondo è che oggi, con l’intelligenza artificiale, secondo me stiamo perdendo il vero Nord. Dobbiamo tornare alla bussola, non ai navigatori satellitari. Leggere il territorio, cioè, il nostro corpo, perché se il GPS non funziona più è un problema. Il nostro corpo, peraltro, ci dà tantissime notifiche.

Il libro è un dialogo tra un monaco e un’intelligenza artificiale. Come le è venuta l’idea?

Per me è un frate, e sarà sempre un frate, ma Feltrinelli ha voluto chiamarlo monaco. Il frate e l’intelligenza artificiale, però, non sono due parti distinte e lontane. Sono due situazioni che dobbiamo saper armonizzare. Quest’immagine mi è venuta lo scorso anno – a settembre, mi rifugio sempre in alcuni conventi per fare un po’ di manutenzione all’anima – e ho avuto il privilegio di parlare con l’unico frate eremita francescano, alla Verna (un santuario a pochi chilometri da Chiusi della Verna, in provincia di Arezzo, ndr) e abbiamo parlato per due ore e mezzo non di Gesù o di Chiesa, ma di vita vissuta e ferite. Ho pensato che il mio libro sarebbe stato un dialogo tra un frate e un’intelligenza artificiale.

Il titolo, Spegni tutto, è apparentemente drastico, luddista. Leggendo il libro, però, l’intento non è di demonizzare l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto di esaltare l’essere umano.

Mi piace pensare a Spegni tutto come a un invito a riaccendere ciò che conta. È pur vero che nel libro il tema non è spegnere, ma riaccendere. Volevo fare in modo che questo libro lasciasse qualche seme, da far fiorire e fruttare nel tempo. Il titolo può sembrare una provocazione, ma è pur vero che dietro la parola provocazione c’è una vocazione, no?

L’ambientazione è un convento, un luogo in cui lei stesso si è ritrovato dopo aver sperimentato un burnout, come ha raccontato al podcast Il Gomitolo Atomico, di Massimo Polidoro. Cos’è per lei, il convento?

Io funziono così. Nanni Moretti ci insegna l'importanza delle parole. Il convento, l’eremo, o perlomeno chi custodisce il silenzio, sono per me il modo di stare dentro il mondo ed è lì che mi ricordo di stare al mondo, tra le pause, i rituali, il ritocco della campana che alle 18 ti dice che la giornata è finita e c’è da andare a Messa, a me ricorda l’ora et labora di San Benedetto. Noi facciamo a gara a chi parla di work-life balance, ma guardate che il work-life balance l’ha inventato un frate, un monaco del Quattrocento, che diceva di curare sia la spiritualità che il lavoro, “così in cielo, così in terra”. Oggi siamo abituati a una polarizzazione, ma le scale di grigi sono fondamentali per cogliere le sfumature. Il convento mi riarmonizza. Oggi è molto, molto importante rallentare, ma non per forza serve andare in convento. Lo puoi fare su un prato, su una panchina, e porti delle domande. Un’intelligenza artificiale ci dà le risposte, ma oggi dobbiamo farci le domande e non avere la pretesa di avere la risposta subito. I greci ci ricordano l’aporia, una parola per me bellissima, che è questo inframezzo, questa domanda da portarci dietro. Se la pongo all’intelligenza artificiale, non trovo risposta. Se chiedo all’intelligenza artificiale dove trovare un deposito bagagli a Roma Termini, me lo deve trovare. Se però ho una domanda più profonda, non c’è. A me, il convento ricorda cosa posso delegare e cosa devo custodire.

L’intelligenza artificiale fornisce output in poco tempo e senza sforzo, un testo, un ‘immagine, un video, privando però del percorso fatto per arrivarci e potenzialmente senza limiti temporali. Nel suo saggio 24/7, Jonathan Crary sosteneva che l’invenzione della lampadina da parte di Thomas Edison avesse scombinato il ritmo di giorno e notte.

Per me è anche un concetto di cura e amore. Ci sono cose che, in qualche modo, danno la dimensione della profondità dell’attenzione. Se scrivo qualcosa di cuore, una e-mail, un messaggio, oggi chi mi dice che sia scritto da me? Sostengo che l’intelligenza artificiale vada benissimo per le rotture di scatole, ma varranno ancora di più, la cura, l’attenzione, l’amore che ci metto. Nell’era della conoscenza o dell’accessibilità alla conoscenza, la differenza – che non è un gioco di parole – la farà la coscienza. C’è il rischio che perderemo conoscenza, ma se la conoscenza non arriva al cuore…

Spegni tutto. Vivere nell'era artificiale senza diventare robot

L’intelligenza artificiale, per quanto allucini, rischia di privare gli esseri umani della loro fallibilità. Trova che dietro l’idea di cancellare il rapporto con l’errore ci sia la stessa effimera corsa all’immortalità della Silicon Valley?

Non dovremmo solo allungare la vita, dovremmo approfondirla. Chi la allunga, ha paura della morte e quindi teme di vivere oggi. Nel mercato della longevità, vedo la paura più ancestrale, la paura di morire e, dico, di saper tramontare. Il sole, a un certo punto, tramonta, perché inizia il momento della luna. Noi vorremmo stare sempre a mezzogiorno, ma la natura insegna che non possiamo. Non si vuole tramontare perché, quando si tramonta, si devono vedere delle cose che il più delle volte fanno male. L’intelligenza artificiale esalta la prevedibilità, ti dice che hai fatto 7.800 passi, che hai dormito il 40% del sonno profondo, hai risposto a un tot di e-mail. Tutto deve essere riconducibile a una performance, un numero. Nel momento in cui il numero non si trova, non ha valore, mentre in realtà è l’opposto: la profondità sta in un valore che non è rendicontabile. L’empatia non è calcolabile, eppure è un ottimo KPI. Oggi, tutto è prevedibile, ma la vita non è un Gantt. L’elettrocardiogramma non è piatto, perché dovremmo mai volere una vita lineare?

Se sembra di aver dormito bene, mentre il cardiofrequenzimetro da polso sostiene il contrario, si tende a credergli.

Il fatto è che la notifica più importante arriva dal corpo, ma oggi facciamo di tutto per mascherarla. Il capitolo 21 del libro, in cui parlo della differenza tra archiviare e custodire, è il mio preferito. Oggi, scattiamo foto che magari non vediamo più; quindi, ci intasano la memoria e allora acquistiamo dei terabyte supplementari. Archiviare è qualcosa di totalmente differente da custodire. Custodire un’esperienza, un’emozione, un grazie, significa restare lì e si lega anche alla differenza tra mistero e ottimizzazione. Se pensiamo di ottimizzare il sonno, la performance, la vita, le relazioni, la fiducia, ci stiamo solamente sbagliando, perché si vivono tutte nel mistero. Se io e la mia compagnia condividessimo la nostra posizione, non essendoci mistero, non ci sarebbe fiducia. Penso che le cose più belle ci vengano quando non ce le aspettiamo, quando c’è mistero. Se ti aspetti tutto, non ti aspetti più niente e non provi più gratitudine. Se vai a una mostra e cerchi in anteprima cosa vedrai, ti sarei rovinato quell’esperienza. È una delle cose peggiori ci possa capitare.

Nel 2017, in un’intervista, Reed Hastings, CEO di Netflix, disse che «il nostro competitor più forte è il sonno».

Sicuramente, il corpo è l’intelligenza naturale più bella che abbiamo. Riuscissimo a poter leggere il corpo, potremmo leggere la vita. Se pensassimo di leggere la vita attraverso la macchina, staremmo solo uscendo dal corpo.

L’ossessione per la produttività, infine, ci sta privando dei passatempi non monetizzabili?

Fare qualcosa che non ha valore, che non produce frutti per la società, è il miglior modo di tornare in società. Lo vedo quando, ad esempio, lavoro con dei top manager e li mando a fare beneficenza alla mensa dei poveri oppure a Save The Children. Quando fanno esperienza di ciò che per loro è una perdita di tempo, perché non producono, ma ha un impatto pazzesco per altri, si rendono conto di quanto sono fortunati. Liberi dal loro ego, dalla loro filter bubble, si trovano a servire una minestra a un senzatetto perché magari ha perso tutto. Dicono che lui è sfortunato mentre loro no, che lui ha un karma e loro un altro, non importa. Stanno servendo qualcosa di caldo a qualcuno che ne ha bisogno e per cui magari è l’unico pasto della giornata. Quello che per loro è insignificante, per altri può avere un impatto. Per questo, secondo me, serve andare più in profondità, ma soprattutto più al largo di noi stessi. È lì che troviamo gli altri.

Spegni tutto. Vivere nell'era artificiale senza diventare robot

Headshot of Matteo Albanese

Classe 1997, genovese e genoano (pure non in quest'ordine), ha studiato a Savona spaziando tra il giornalismo e la SEO. Collabora dal 2018 con Esquire Italia, di cui dal 2022 è Digital Content Editor e dal 2024 è Digital Brand Officer. Ha scritto tra gli altri per La Gazzetta dello Sport, Rivista Undici, PianetaGenoa1893 e Cronache di Spogliatoio. Nel 2018 ha pubblicato 'Narrami, o Dellas', un libro sulla Grecia vincitrice dell'Europeo 2004. Fin qui solo calcio, ma c'è tanto altro: playlist di musica elettronica, biografie, una genuina ossessione per l'IKEA e le storie scandinave.