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Alpinista appeso nel vuoto: l'elicottero, la scarica di sassi e i tre soccorritori calati sulla cengia. La storia del salvataggio da film


CIMOLAIS (PORDENONE) Prima il tentativo con l'elicottero, poi la scarica di sassi e la decisione di cambiare completamente strategia. È stato il momento decisivo dell'intervento che ha permesso di recuperare Paolo, l'escursionista veneziano rimasto sospeso per ore sul Campanile di Val Montanaia, nel comune friulano di Cimolais (Pordenone). Una manovra in cui la capacità di fermarsi davanti a un rischio ha contato quanto la rapidità. «Siamo intervenuti, in prima battuta, per fare una valutazione della scena. Inizialmente era arrivato un allarme da uno smartphone, poteva essere di tutto. Poi abbiamo avuto notizia che si trattava di una persona appesa nel vuoto», racconta Raffaello Patat, tecnico di elisoccorso e delegato regionale del Soccorso alpino del Friuli Venezia Giulia. A bordo anche l'équipe sanitaria, vista la possibilità del trauma da sospensione. «La cima era già preclusa per la visibilità e sotto c'erano le classiche nebbie di montagna», spiega Patat. Poi la svolta: «Nel momento in cui con il verricello sono arrivato a circa tre metri da lui, abbiamo avuto una scarica di sassi, forse provocata dal flusso del rotore». Il rischio era concreto: «Poteva colpire me, poteva colpire l'alpinista. Abbiamo preferito allungare i tempi e fare le cose con più sicurezza».

I soccorsi


Al campo base si riparte da zero. «Ci servivano persone tecniche del Soccorso alpino da portare sulla cengia soprastante - spiega Patat -, per arrivare da sopra con le corde, recuperarlo e portarlo giù. Ci serviva materiale e almeno tre persone». «Il campo base è un punto di ritrovo a valle dove si preparano sempre operatori del soccorso a disposizione per un'eventuale strategia di ripiego», sottolinea Giuseppe Giordani, vice delegato del Soccorso alpino. Servono corde statiche molto lunghe: Paolo è sospeso 50 metri sotto la cengia e dalla cengia alla base ci sono almeno 150-170 metri.
La squadra decide di aggirare il Campanile e sbarcare sul versante opposto. Tre soccorritori vengono calati sulla grande cengia, con tutto il materiale necessario. «La scelta di essere almeno in tre non è stata casuale - afferma Giordani -: era il minimo indispensabile per fare la delicata operazione entro criteri di sicurezza». Sono le 20.20, «eravamo al limite del buio».

Il salvataggio

Paolo è tranquillo e collabora. Viene calato Gianni Della Putta, esperto tecnico del Soccorso Alpino e Speleologico Friuli Venezia Giulia, che deve raggiungerlo, agganciarlo e metterlo in tensione prima di liberarlo dalle due corde. «Prima però era importante fare un piccolo sollevamento e poi procedere al taglio di una corda alla volta», fa sapere Giordani. Il rischio è di tutti. Una manovra, che Patat descrive con un'immagine quasi cinematografica: «Bisognava tagliare la corda giusta: filo rosso e filo blu della bomba, come si vede nei film». Una volta tagliata la prima, si procede con la seconda, quindi soccorritore e alpinista possono iniziare la discesa. Tutto avviene nel buio, con le sole torce frontali. «La calata al buio era la cosa più rapida: sollevare verso l'alto avrebbe richiesto molto più tempo e avrebbe intrattenuto la persona con rischi maggiori».
Alle 21.40 Paolo è finalmente a terra. La squadra viene poi raggiunta da altri quattro soccorritori della stazione Valcellina, che accompagnano tutti a valle con il materiale.

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