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Alzheimer 120 anni dopo: numeri e sfide per anticipare le sue mosse


Siamo davvero entrati in una fase nuova sul fronte dell’Alzheimer: 5 risposte e le domande ancora aperte sul ladro dei ricordi con Paolo Maria Rossini

“Siamo davvero entrati in una fase nuova sul fronte dell’Alzheimer,  anche se è fondamentale non creare false illusioni”. Parola di Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma, che al ladro dei ricordi ha dedicato un libro – ‘La memoria fragile’ (Mondadori) – e che, a 120 anni dalla prima descrizione della malattia, fa il punto sull’Alzheimer, in vista della Giornata mondiale dedicata a questa malattia. 

I numeri dell’Alzheimer in Italia

Ma di che parliamo? In Italia si stimano oggi circa 1,43 milioni di persone con demenza, 946 mila donne e 491 mila uomini. Circa la metà dei casi viene ricondotta all’Alzheimer. Numeri destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione: le proiezioni riportate indicano circa 2,2 milioni di persone con demenza in Italia entro il 2050, con un aumento di oltre il 50% rispetto ai livelli attuali. 

Biomarcatori e diagnosi

“Sul fronte diagnostico, i biomarcatori nel sangue si stanno rapidamente avvicinando alla pratica clinica quotidiana e possono rendere l’indagine della patologia biologica molto più accessibile rispetto al passato. Ma un biomarcatore positivo, da solo, non significa necessariamente che quella persona svilupperà una demenza e non consente ancora una prognosi individuale accurata”, scandisce Rossini. Perché le modificazioni biologiche caratteristiche del ‘ladro dei ricordi’ possono essere presenti prima che compaia un quadro clinico conclamato di demenza. 

Tra gli strumenti oggi più studiati ci sono i biomarcatori plasmatici, rilevabili attraverso un prelievo di sangue. Pensiamo alla p-tau217, una proteina associata ai processi patologici dell’Alzheimer. Studi pubblicati nel 2026 hanno mostrato risultati molto promettenti e la possibilità di identificare alterazioni biologiche con anticipo rispetto alla manifestazione clinica. “Il vantaggio potenziale è evidente rispetto alla Pet cerebrale o all’analisi del liquor ottenuto mediante puntura lombare: il prelievo di sangue è più semplice, meno invasivo e costoso e più facilmente ripetibile. Ma proprio qui nasce uno degli equivoci più importanti”, spiega Rossini.

“Nessuno dei biomarcatori attualmente disponibili, inclusi quelli plasmatici, è in grado di prevedere con accuratezza totale se il soggetto portatore svilupperà o meno il quadro clinico di demenza”, scandisce Rossini. Esistono infatti persone nelle quali sono rilevabili alterazioni biologiche compatibili con la patologia ma che, seguite nel tempo, non arrivano a sviluppare una demenza clinicamente evidente. I resilienti. Perché alcuni cervelli sembrano resistere alla malattia meglio di altri? E come proteggere il nostro cervello?

Quello che sappiamo in  5 risposte 

1) Un biomarcatore positivo significa che avrò l’Alzheimer?
No. Biologia e manifestazione clinica non coincidono sempre.

2) Un disturbo cognitivo lieve significa Alzheimer?
No. Il Mild Cognitive Impairment, o Mci, indica la presenza di difficoltà cognitive misurabili che non impediscono alla persona di mantenere la propria autonomia nelle normali attività quotidiane. Solo una parte delle persone con Mci svilupperà una demenza.

3) Dimenticare un nome o un appuntamento significa essere all’inizio della malattia?
No. Episodi occasionali possono verificarsi anche nell’invecchiamento fisiologico. Ad assumere importanza clinica sono soprattutto la frequenza, la progressione dei disturbi, il cambiamento rispetto alle capacità precedenti e il loro impatto sulla vita quotidiana.

4) I nuovi farmaci curano l’Alzheimer?
No. Gli anticorpi monoclonali rappresentano un importante cambio di paradigma, perché per la prima volta alcuni trattamenti intervengono direttamente su un meccanismo biologico della malattia.

5) Diagnosi precoce significa poter sapere oggi chi avrà una demenza tra dieci anni?
Non ancora.

Il mistero da svelare: la resilienza

Rossini da tempo sottolinea la questione: due persone possono presentare alterazioni biologiche associate all’Alzheimer, ma avere traiettorie cliniche completamente differenti. Una si ammala, l’altra no. Perché? “La ragione risiede verosimilmente anche in fattori in grado di contrastare efficacemente i fattori di rischio”, risponde Rossini. Fattori che ancora non conosciamo del tutto.

Capire quali siano questi meccanismi protettivi e imparare a identificare le persone che hanno realmente una maggiore probabilità di progressione rappresenta una delle grandi sfide della neurologia contemporanea. In questa direzione si inserisce l’ormai celebre Interceptor, un progetto finanziato da Aifa e ministero della Salute e sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca.

“Lo studio ha integrato informazioni cliniche, neuropsicologiche, genetiche, neurofisiologiche, di neuroimaging e biomarcatori con l’obiettivo di costruire modelli capaci di stimare il rischio di progressione dal Disturbo Cognitivo Lieve alla demenza”, ricordo il neurologo. 

Tre anni di anticipo

Lo studio ha messo a punto uno strumento basato su algoritmi capace di predire, tra le persone con un lieve declino cognitivo già in corso, chi svilupperà una demenza – in particolare di tipo Alzheimer – entro tre anni.

I nuovi farmaci

Ma oggi l’Alzheimer si cura? Lecanemab e donanemab, i due nuovi anticorpi monoclonali sono diretti contro la beta-amiloide, una delle proteine che si accumulano nel cervello delle persone con Alzheimer. “Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire su uno dei meccanismi biologici della malattia e non soltanto sui suoi sintomi. È un vero cambio di paradigma rispetto agli ultimi decenni”, spiega Rossini. Ma attenzione: i benefici clinici osservati, ricorda il neurologo, sono ancora relativamente contenuti, i trattamenti non sono indicati indistintamente per tutti i pazienti e richiedono un’attenta selezione e un accurato monitoraggio.

Quando allarmarci

Ma la domanda che arriva più spesso è: quando allarmarci? Non ogni vuoto di memoria è Alzheimer. Tra i segnali che meritano una valutazione medica possono esserci: dimenticare con frequenza eventi recenti, conversazioni, nomi o appuntamenti; ripetere più volte la stessa domanda senza ricordare di averla già posta; perdere frequentemente oggetti o riporli in luoghi insoliti; mostrare difficoltà nuove nell’orientamento nel tempo o nello spazio; perdersi o avere difficoltà a riconoscere percorsi precedentemente familiari; incontrare sempre maggiore difficoltà nel trovare le parole o seguire una conversazione; avere problemi nello svolgimento di attività quotidiane prima gestite normalmente; manifestare cambiamenti significativi e persistenti dell’umore, della motivazione o del comportamento.

Non basta un esame

Per diagnosticare l’Alzheimer non basta un esame. I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze rappresentano il punto di riferimento specialistico per la valutazione, la diagnosi e la presa in carico delle persone con disturbi cognitivi e demenze. “Non si tratta semplicemente di stabilire se un test sia positivo o negativo, ma di interpretare quel risultato all’interno della storia clinica e del profilo cognitivo della singola persona. Valutazione neurologica, test neuropsicologici, imaging cerebrale e, quando indicato, biomarcatori e altri approfondimenti consentono di costruire un quadro complessivo, formulare la diagnosi, prevedere la traiettoria di evoluzione sulla base della quale definire il trattamento e programmare il follow-up”, dice Rossini.

Alzheimer 120 anni dopo: numeri e sfide per anticipare le sue mosse  
Paolo Maria Rossini