«Da mamma capisco il dolore di un genitore che ha perso un figlio a 22 anni» sussurra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel Palasport di Amatrice dove in forma privata incontra alcuni dei familiari delle vittime del terremoto del 24 agosto 2016. «Per favore però interrompa lo sciopero della fame» aggiunge rivolta a Mario Sanna, 65 anni, che appunto perse un figlio poco più che ventenne e che dal primo giugno ha smesso di mangiare per chiedere l'istituzione di un fondo per i familiari delle vittime di eventi catastrofici. Poco prima, verso le 16.30, l'elicottero di Giorgia Meloni è atterrato all'eliporto di Amatrice, dove dieci anni fa facevano la spola i mezzi di soccorso. Quando entra nel parco per deporre una corona al monumento delle vittime viene accolta da applausi, e forse da qualche «daje Giorgia» inopportuno visto il significato dell'evento. Palazzo Chigi temeva contestazioni come a Taranto, ma il sindaco Giorgio Cortellesi ha rassicurato: il clima di Amatrice non è quello delle proteste, ma del ricordo di chi non c'è più, nonostante dopo dieci anni la ricostruzione sia stata realizzata solo a metà. Giorgia Meloni, mentre cammina nel piccolo parco accolta dagli amministratori locali, dal commissario per la ricostruzione Guido Castelli e dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, si commuove visibilmente. Sembra piangere. È difficile restare indifferenti all'immenso dolore che ha colpito Amatrice, Accumoli e Arquata nel 2016.
Al termine della messa celebrata nel campo sportivo dal presidente della CEI, il cardinale Matteo Maria Zuppi, scattano altri applausi, mentre lei saluta un ragazzo sulla sedia a rotelle. Poi spiega sui social: «Grazie per l'accoglienza, per il calore e soprattutto per la straordinaria determinazione con cui state ricostruendo il vostro futuro. Siamo con voi. Con rispetto, gratitudine e impegno. Oggi e ogni giorno». Lei stessa condivide un video con un anziano: «Ci hai aiutato, grazie stella». «Non mi far commuovere, ti voglio bene», la replica della presidente nella clip diffusa in rete. Dice ancora ai giornalisti: «L'emozione per l'incontro con i parenti delle vittime è grande, ma è ancora più grande l'impegno, perché noi vogliamo soprattutto dare risposte, continuare a dare risposte». Prima di arrivare ad Amatrice Giorgia Meloni aveva spiegato: «Non dimenticheremo mai la notte del 24 agosto 2016. Alle 3.36 la prima, terribile, scossa della drammatica sequenza sismica che per mesi ha sconvolto il Centro Italia, distruggendo interi borghi e colpendo un pezzo vastissimo del nostro territorio nazionale. Rendiamo omaggio alla memoria delle 299 vittime del terremoto e torniamo a stringerci ai loro cari, in questa giornata di ricordo e commemorazione. In questi dieci anni sono state tante le difficoltà. Troppi rinvii e false partenze hanno impedito che la ricostruzione potesse procedere rapidamente. Il Governo ha raccolto questa responsabilità e ha lavorato, con costanza e determinazione, affinché potesse concretizzarsi un deciso cambio di passo. I dati testimoniano che la direzione è cambiata, sia per quanto riguarda i contributi concessi e già liquidati per la ricostruzione privata, sia per quello che concerne la ripresa degli investimenti per la ricostruzione pubblica, per troppo tempo rimasta bloccata. In questo cammino sono tornati a splendere anche alcuni dei simboli più significativi e identitari del territorio». Accelerazione e cambio di passo sono le parole che il governo sta ripetendo da giorni. La premier aggiunge: «Molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare. Per questo non abbiamo intenzione di fermarci, dando ancor più forza e continuità a quel grande lavoro di squadra che, in questi anni, ha visto protagonisti tutti i livelli istituzionali nazionali e locali, insieme al tessuto economico, sociale e produttivo, e ha permesso di raggiungere risultati inizialmente impensabili. L’obiettivo rimane comune e condiviso: vincere la sfida della rinascita dell’Appennino centrale».
Ricapitolando: a dieci anni dal sisma, la ricostruzione non è neppure a metà del percorso, forse sarà completata nel 2035; solo ad Amatrice in 900 abitano ancora nelle casette, ma il governo ha fatto passare il messaggio che i ritardi sono stati causati da responsabilità del passato e che negli ultimi tre anni lo scenario è mutato. Questa narrazione ieri ha funzionato: non ci sono state contestazioni, che sarebbero state fuori luogo in una cerimonia per i dieci anni dal terremoto, ma solo applausi e perfino incitamenti, anch'essi stridenti nel giorno in cui si ricordano i morti del sisma. Qualcuno deluso da questa giornata c’è: «Siamo stufi, altro che resilienti. Stufi di essere presi in giro dopo 10 anni. Alla messa non siamo andati, quale sarebbe stato il senso?», si sono sfogati con l’Adnkronos i residenti del Campo Zero, le casette SAE vicine al campo sportivo. «La nostra speranza è che queste casette durino il più possibile, ma in molte i pavimenti si stanno già alzando e ci piove dentro. E le case nuove le stanno costruendo a mozzichi e bocconi». Bisogna allora tornare alle parole pronunciate al mattino dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva espresso vicinanza alle città devastate dal sisma di dieci anni fa: «Il risanamento è un percorso, non privo di complessità, che richiede l'impegno di essere ultimato nel più breve tempo possibile ed è un richiamo alla responsabilità collettiva di ripristinare quella normalità che è stata spezzata nei territori colpiti da questa tragedia. Con il suo bilancio di 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 sfollati, quel terremoto - delle cui devastazioni Amatrice è divenuta simbolo - costituisce una pagina drammatica della storia della Repubblica e funge da monito costante sulla necessità continua di potenziare i meccanismi di prevenzione e intervento da attuare al verificarsi dei fenomeni sismici a cui è soggetto il nostro territorio». Ricostruzione e prevenzione. In una Amatrice blindata, con rigorose misure di sicurezza vista la presenza, oltre a quella di Giorgia Meloni, di numerosi ministri (Abodi, Musumeci e Mazzi), il dolore delle famiglie delle vittime del 24 agosto 2016 si è riunito. Alle 17 il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha celebrato la messa in ricordo delle vittime del sisma nel campo sportivo di Amatrice, a cui ha partecipato anche la presidente del Consiglio. Al mattino lo aveva fatto ad Arquata, il paese in provincia di Ascoli Piceno in cui morirono 51 persone.
Ad Amatrice, nel corso dell'omelia, il cardinale Zuppi ha ricordato: «Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto: consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi. Amatrice non c'è più e non c'è ancora, ma pezzo per pezzo riappare, in uno sforzo che ha delle proporzioni gigantesche e in un'avventura che è fantastica. Quando si rimane distanti gli uni dagli altri o quando non c'è ancora la piazza del paese è difficile, ma siamo sicuri che tornerà a essere città si rigenera. C'è molto da fare ma il peggio è alle spalle». Zuppi ha anche osservato: «Non interessano le polemiche, ma l’impegno di tutti, a cominciare dallo Stato e dalle sue istituzioni, dalla Chiesa, dalla passione e dalla creatività di ognuno. Ricordare fa anche male. Riapre una ferita, suscita le lacrime e queste fanno piangere di nuovo. Ricordare assieme e ricordare accompagnati dal Signore e dal suo amore che non dimentica ci fa sperimentare oggi quella beatitudine, altrimenti incomprensibile, che proclama beati coloro che piangono perché saranno consolati. Gesù non dice “beata la sofferenza”, anzi, ci protegge da questa, ma vuole che chi sperimenta la durezza della vita trovi il suo e il nostro amore, che significa consolazione, speranza, futuro». Dieci anni fa, subito dopo il sisma, l’allora sindaco Sergio Pirozzi divenne molto popolare in tutto il Paese; ieri non era neppure presente alla Messa. Ha spiegato: «Da quando non ho più un ruolo istituzionale preferisco vivere il mio lutto in maniera privata». L’attuale sindaco Cortellesi fa questa sintesi dell’andamento della giornata: «Non credo che i cittadini siano sconfortati. Siamo un paese molto resiliente, combattivo».
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