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Amatrice, le casette “scadute” andranno eliminate. Ma c’è chi vuole restare


Si chiamano Sae, Soluzioni Abitative Emergenziali, ma dopo le scosse di terremoto che hanno devastato l'Italia centrale nel 2016 sono state subito ribattezzate “casette”. Dovevano durare dieci anni, eppure molte sono ancora abitate. Solo ad Amatrice, dove la terra tremò il 24 agosto 2016, ci sono 900 persone che vivono all'interno di questi moduli abitativi: in totale si contano 640 strutture, distribuite in 41 piccoli villaggi nel territorio comunale. Quale sarà il loro futuro? È la domanda che si pongono in molti: sia chi ancora risiede nelle casette sia gli altri abitanti di Amatrice e degli altri comuni colpiti, dove sorgono questi villaggi prefabbricati realizzati tra il 2016 e il 2017 per dare una risposta tempestiva a chi aveva perso la casa.

Un recente decreto del governo ha stabilito il passaggio delle Sae dalla Protezione Civile alla struttura commissariale che poi cede la gestione ai singoli comuni. Se da un lato questo provvedimento renderà più agili le decisioni sul futuro, dall'altro scarica sulle amministrazioni locali l'onere della manutenzione. A dieci anni dalla loro installazione, infatti, molte casette presentano problemi di infiltrazioni e deterioramento dei materiali: criticità inevitabili per moduli temporanei la cui vita utile è ormai di fatto “scaduta”.

LE INCOGNITE

Le amministrazioni, a partire da quella di Amatrice, s’interrogano dunque su cosa accadrà quando la ricostruzione sarà completata e le casette verranno liberate. Verranno abbattute? Si realizzerà qualcos'altro al loro posto o saranno riciclate per altri scopi? Secondo Roberto Serafini, vicesindaco di Amatrice, la questione resta complessa: «È uno dei temi più delicati quando si parla della situazione dei paesi feriti dal sisma. In futuro dovremo sicuramente smantellare i villaggi, poiché nati in deroga alle norme urbanistiche. Ma non sarà un processo semplice e nel frattempo ciò che peserà di più sui comuni sarà garantire la manutenzione di queste strutture». Quando parli con le persone che da dieci anni abitano nelle casette, nei villaggi che con uno sguardo superficiale potrebbero sembrare anche graziosi, quasi una città ideale con le verande, i giardinetti e i giochi per i bambini, raccogli reazioni contrastanti. C’è chi è stanco e dopo così tanto tempo vuole tornare a vivere in una casa vera, soprattutto se è la sua ricostruita. Ma c’è anche una minoranza che affronta una sorta di sindrome di Stoccolma. Una signora raccontava l’altro giorno nel cortile di una casetta della zona più centrale di Amatrice: «Io non mi trovo male, i problemi ci sono, ma non mi dispiacerebbe restare». In effetti non stiamo parlando di baracche o container, anche se sono piccole, offrono una parvenza di casa.

«Ma sono solo soluzioni emergenziali - ammonisce Sonia Santarelli, presidente del Comitato di cittadini di Amatrice “3.36” (l’orario della scossa del 24 agosto 2016) - non possono diventare la normalità. Dopo dieci anni, come è normale che sia, tutti i problemi stanno emergendo, dalle infiltrazioni ai danneggiamenti, e come faranno i comuni a farsi carico della manutenzione?».

L’ufficio del Commissario per la ricostruzione, Guido Castelli, mette in fila una serie di linee guida sul futuro delle casette: «La disciplina della Sae, che finora era sviluppata dalla Protezione civile, ora sarà attribuita alla competenza della struttura commissariale. Le “casette” saranno assegnate ai comuni e, prima, ne saranno ovviamente accertate le condizioni complessive. E saranno trasferite ai comuni previo sviluppo di una serie di verifiche utili ad evitare che il trasferimento possa compromettere la funzionalità dei comuni. Stato dell'arte delle procedure di esproprio, qualità delle strutture, oneri per la manutenzione: sono i temi da affrontare».

Bene, ma cosa ne sarà delle 640 casette sparse nel territorio di Amatrice e delle altre migliaia presenti nei numerosi comuni del Centro Italia colpiti dalle scosse del decennio scorso? Replica della struttura commissariale: «Sul futuro decideranno i comuni, nella loro più totale autonomia. Valuteranno se mantenerle, dismetterle, destinarle ad ulteriori funzioni: cohousing, accoglienza turistica, lavoro da remoto o quant’altro».

LE IPOTESI

Le idee sono varie, ma ad Amatrice quella dominante sembra puntare, per lo meno per la maggior parte dei villaggi, a un azzeramento, anche se bisognerà attendere il completamento della ricostruzione che non è esattamente dietro l’angolo. Già oggi una parte degli insediamenti si sta spopolando: in una fila di casette si alternano quelle occupate a quelle già abbandonate e questo comunque indebolisce il tessuto sociale che si era alla fine creato. Nella minoranza di chi vorrebbe restare c’è anche un tema psicologico: chi ha rischiato di morire dieci anni fa o ha perso i propri cari perché il proprio appartamento era ai piani alti, ora inconsciamente si sente più sicuro nelle Sae. «Ma c’è un altro problema che andrà risolto e riguarda le attività economiche - dice Sonia Santarelli - Bisogna sbloccare la ricostruzione delle stalle che rappresentano una parte importante della nostra economia. Qui la mungitura si fa ancora nelle tende».

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