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Appanah: «La crudeltà dei femminicidi? I corpi delle donne sono trattati come territori colonizzati»


La scrittrice mauriziana di lingua francese racconta le storie di tre donne (quella di sua cugina Emma, quella della 31enne franco-algerina Chahinez Daoud e la sua) legate dal filo della violenza di genere. «Ho letto in questi giorni di Lorena Isceri, gettata giù da un ponte dal suo ex: nei femminicidi c’è spesso questa componente del voler distruggere il corpo della donna, renderla irriconoscibile»

La lingua può non arrivare ovunque e il potere della letteratura è proprio quello di prendere atto che a volte la lingua non è abbastanza. Lo ha sperimentato la scrittrice mauriziana di lingua francese Nathacha Appanah nella scrittura del suo ultimo libro La notte nel cuore (Einaudi, 2025), nel racconto della storia di sua cugina Emma, della 31enna francoalgerina Chahinez Daoud e della sua. Il filo che unisce queste tre donne è quello della violenza subita da quelli che all’epoca erano i loro compagni o ex. Fino alla morte, nel caso di Emma e Chahinez Daoud.

Il tentativo di annichilimento dei loro corpi, considerati terreni da colonizzare: c’è un’intenzione distruttiva evidente in questi casi, l’ultimo in Italia è quello di Lorena Isceri. Così come c’è il tentativo sociale di ridurre le loro storie alla loro morte, al femminicidio. A volte, spiega Appanah, che ieri era al Festivaletteratura di Mantova, bisogna creare spazi di finzione per immaginare luoghi in cui a parlare non siano solo gli autori di femminicidio, in cui non sia raccontata solo la loro versione.

Dentro l’oscurità della violenza: l’indagine letteraria di Appanah

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In quella stanza, immaginata proprio all'inizio del libro, riunisce i tre uomini che hanno agito violenza contro di lei, sua cugina Emma e Chahinez Daoud. Perché ha creato uno spazio fuori dalla realtà per confrontarli?

È qualcosa che volevo fare fin dall’inizio, creare uno spazio di finzione: c’erano così poche cose che sapevo e stavo trattando del materiale molto fragile. Non sapevo se sarei riuscita a parlare con la famiglia di Chahinez, cosa restava di Emma. Ma sapevo che sarebbe stato un libro sul tempo, sul tempo di tre donne, il tempo dei vivi, il tempo dei morti, il tempo dei fantasmi. E solo nella finzione il tempo si può contrarre. Inoltre, questi uomini parlano un sacco, vogliono dire cosa hanno fatto o non hanno fatto, parlano sopra le loro mogli e le loro fidanzate. Volevo poter dire, no qui non spetta a te parlare.

Era evidentissimo durante il processo per il femminicidio di Chahinez Daoud, ogni volta che davano la parola al marito rigurgitava tutto quello che gli veniva in mente. Questi uomini sono l’unica cosa che rimane, rimane solo la loro voce, la loro versione dei fatti: e nei processi c’è questa lunga indagine sul loro passato, una ricerca per capire cosa c’è che non va in loro. Sono stati stuprati da bambini? Picchiati? Ma tutti e tre questi uomini avevano avuto infanzie felici, erano stati amati dai loro genitori: volevo mostrare in questo capitolo che la loro storia di violenza partiva da loro.

Femminicidi e premeditazione: ciò che il diritto a volte non vede

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La lingua può essere usata per manipolare, cancellare, giustificare. Lei ha lavorato molto come giornalista e si è occupata del tema della narrazione mediatica, soprattutto nel caso di Chahinez Daoud. Pensa che il modo in cui raccontiamo i femminicidi sia ancora fermo a vecchi schemi?

Sui media francesi vedo che c’è impegno, che non si fa più copia incolla delle storie di femminicidio come se fossero semplici crimini domestici. Perché se ne è parlato a lungo come “crimini di passione”, con l’idea che si uccide perché “si ama troppo”. Quindi, c’è uno sforzo per migliorare, ma spero che arrivi un giorno in cui questi casi usciranno dalla sezione delle “storie di vita quotidiana”, dalla cronaca pura e verranno trattati come fenomeno sociale, mettendone in luce le dinamiche. Qui in Italia ho letto in questi giorni della 45enne, Lorena Isceri, che è stata gettata giù da un ponte dal suo ex compagno: nei femminicidi c’è spesso questa componente del voler distruggere il corpo, sfigurare la donna, renderla irriconoscibile persino per sua madre. Penso che i media, gli insegnanti, la società dovrebbero pensare ai femminicidi non solo come un fatto a sé ma come un’intenzione di violenza contro i corpi delle donne.

Sempre parlando di linguaggio: la lingua può spiegare e nominare tutto?

Vorrei dire di sì. Ma in questo libro in certi momenti ero arrabbiata perché non riuscivo a trovare le parole giuste. Il potere della letteratura però è che si può dire che la lingua non è abbastanza. Ci si può combattere come se fosse tua nemica, abbracciarla come tua amica, modellarla nelle tue mani. E questo è molto bello.

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Il libro appare anche come un modo di rivendicare la dignità inalienabile di donne che hanno subito una serie di violazioni della loro dignità da vive e da morte: perché la società contribuisce ancora a negare questa dignità?

Il fatto che una donna venga uccisa dal suo partner è scioccante per la società intera. La donna diventa come incasellata in questa morte: tutto quello che era, quello che le piaceva, quello che non le piaceva viene cancellato da questo nuovo status sociale. Ci sono poche persone che pensano a Chahinez senza pensare alla sua morte, lo stesso vale per Emma. Mentre i ricordi delle famiglie, degli amici e il modo in cui parliamo dei morti sono importantissimi. Una cosa molto triste nel caso di Emma è che dopo la sua morte suo padre ha raccolto tutta la famiglia e ha chiesto di non parlare mai più di lei. Perché era così sotto shock che non sopportava di sentire più il nome della figlia. Ma questa tristezza ha avuto l’effetto di cancellare Emma completamente.

Perciò penso che dobbiamo fare questo sforzo collettivo di ricordare: in viaggio da Milano verso il Festivaletteratura a Mantova, parlavo con la volontaria che era con me del caso di Lorena Isceri. Non parlo italiano, e quindi ho dovuto tradurre gli articoli con Google Translate, ma ho chiesto chi era, cosa faceva, quali erano le sue passioni: piccole domande per provare a ribaltare questo meccanismo.

Quello di Lorena Isceri è un caso in cui tornano vari pattern della narrazione dei femminicidi, con l’infantilizzazione e la colpevolizzazione della vittima. Ma anche un caso in qui c’è quella stessa efferatezza e crudeltà che lei descrive nel suo libro: da dove viene questa crudeltà?

Credo che vorremmo tutti saperlo: non tutte le persone gelose uccidono, non tutti gli uomini violenti. Credo che il cuore della questione sia che questi uomini confondono l’amore con il possesso dell’altra persona: il corpo diventa un pezzo di terra che è stato colonizzato. Per cui non riescono a immaginare che questo corpo possa uscire senza di loro, avere una vita senza di loro. Ed è qualcosa di profondamente legato al sesso: il modo in cui queste persone distruggono il corpo della donna è un modo di dire “se non vuoi più fare sesso con me, non lo farai con nessun altro”. È una cosa che ci ho messo anni a comprendere e per cui nel libro ho fatto fatica a trovare le parole, ma è davvero legata al modo in cui il corpo viene colonizzato e dominato.

Come cambiarlo? Ripetendo che tutte le persone sono uguali e che nessuno è proprietario di qualcun altro. La lingua ci sembra sempre uno strumento debole, ma proviamo a immaginare come sarebbe se ripetessimo queste parole tutti i giorni ai bambini a scuola.

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Durante le presentazioni del libro ha avuto un po’ modo di sondare la reazione degli uomini? Vede una maggior presa di coscienza della responsabilità da parte loro?

In Francia diciamo che “le lecteur est une lectrice”, cioè il lettore è una lettrice. Sono comunque fortunata perché alle presentazioni ci sono anche uomini. Ma, a essere sincera, ho smesso di usare le mie energie per pensare a dove sono gli uomini (in questa battaglia, ndr). Quello che mi commuove è vedere i giovani, maschi e femmine, che vengono alle presentazioni. Detto questo, ho incontrato moltissime brave persone in quest’anno: tanti poliziotti che cercano di trattare questi casi con tutta la delicatezza e la discrezione possibile, avvocati, magistrati. Ma diciamo che gli uomini che vengono alla presentazione del mio libro sono persone già interessate.

La notte è un tema ricorrente nel libro, a partire dal titolo. Cosa significa per lei?

L’oscurità è qualcosa di metaforico ma anche molto reale. Nell’assenza di luce, lontano dagli sguardi, il cuore di ciascuno si rivela. Cadono le maschere. Molti di questi atti avvengono nella notte, ma anche a porte chiuse. Il giorno in cui l’ha uccisa, l’ex marito di Chahinez Daoud l’ha aspettata in macchina per tutto il giorno: ma aveva coperto tutti i finestrini, non entrava luce. Era la sua personale, orribile notte.

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