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Arrestato a sorpresa dopo 10 anni: nessuno lo cercò all’indirizzo noto, ora il giudice dispone la carcerazione


“Mi sono giocato la vita, così in un secondo”. È una frase che Ahmed, 40 anni, ripete per tutte le volte che ha preso la strada sbagliata. E sono tante. Una vita di giri di giostre, che finiscono sempre per lasciarlo a terra.

Dall’Egitto (“mi avrebbero ammazzato, ero finito in un guaio, ma non era colpa mia”) per arrivare a Lampedusa, passando per i lager libici (“La barca era di 16 metri... Uno sopra l’altro, uno di fronte all’altro. Chi è morto di sete, chi è morto di fame. Fino a quando è arrivata la croce rossa. Grazie a Dio, grazie a loro. Senza di loro, saremmo già tutti morti”), quando aveva 18 di anni. Poi la fuga dal centro di accoglienza.

L’arrivo a Milano e la dipendenza

Un buon lavoro, il primo figlio (“nessuno era più felice di me”), ma la china riscende: “Ho fatto il primo tiro di crack... la droga, è una strada di m**da. Se stai male e non fumi entri in astinenza, e sei capace di uccidere il mondo intero. Quando stai male, se uno ha un bracciale gli tagli la mano, l’importante è avere i soldi per comprarla...”.

Inizia più o meno così la parabola di Ahmed con la giustizia italiana. Accumula diverse condanne per furto, e le sconta tutte. O quasi. Nella sua vicenda c’è infatti un buco nero, che ruota intorno a una condanna a un anno e tre mesi per un tentato furto avvenuto a Milano nel 2015. Nessuno gli ha mai notificato l’ordine di esecuzione della pena, con contestuale decreto di sospensione che gli avrebbe consentito di chiedere una misura alternativa al carcere.

L’arresto inatteso

Un diritto di tutti. Solo il 13 luglio scorso, essendo stato identificato per un’altra vicenda, è stato arrestato e portato a San Vittore. La notifica non sarebbe mai arrivata tra le mani del condannato per un motivo semplice: nessuno ci ha mai davvero provato, nonostante il suo indirizzo fosse noto. È quanto sostiene l’avvocato che lo difende, Biagio Monzillo, che ha presentato istanza al Tribunale di Milano.

“Ricerche mai fatte”

La difesa sostiene che l’ordine di carcerazione eseguito sia illegittimo a causa della nullità del decreto di irreperibilità emesso dalla procura. Le forze dell’ordine si sarebbero infatti limitate a consultare le banche dati, senza effettuare ricerche sul campo, prassi ritenuta illegittima dalla Cassazione per lesione del diritto di difesa.

Ahmed vive da anni allo stesso indirizzo (dichiarato già nel 2020 e confermato nel 2022 negli stessi atti del procedimento, oltre che utilizzato per la misura degli arresti domiciliari in un altro procedimento del 2026).

“Un’accurata verifica dei verbali avrebbe evitato la dichiarazione di irreperibilità – si legge nell’istanza dell’avvocato Monzillo –. Le accennate circostanze conducono all’unica conclusione che, se davvero vennero svolte attività ulteriori rispetto alla mera consultazione di banche dati, esse non possono comunque dirsi complete”.

La scarcerazione

La risposta che accoglie l’istanza della difesa di Ahmed arriva il 13 agosto. Il giudice d’esecuzione scrive che “non emergerebbe che la procura generale abbia effettuato ricerche presso quello che risultava già dagli atti di indagine essere la dimora del condannato”, revocando l’esecuzione della pena e l’immediata scarcerazione del condannato.

“La storia di Ahmed dimostra tutte le storture del sistema giudiziario, a cui, però, apparteniamo anche noi avvocati. Il suo caso è di quelli - molti più di quanto non si voglia credere - che chiamano a rispondere, non solo gli operatori che non applicano la legge, ma anche, soprattutto, chi dovrebbe vigilare sul rispetto delle garanzie e non lo fa”, afferma Monzillo.

La richiesta per la misura alternativa

Ora Ahmed tiene in braccio sua figlia, la terza, nata da pochi mesi. Adesso è libero, può lavorare, e – dice – sta provando a disintossicarsi. La richiesta per la misura alternativa per il residuo di pena per il tentato furto del 2015 è, finalmente, in fase di predisposizione. Questa volta – ripete Ahmed – la vita non vuole giocarsela più, perché qualcuno ha voluto salvargliela. Anche se era un suo diritto.