Interrogatorio bis per il faccendiere che ha confessato di essere il mandante dell'attentato. Il presunto complice Tavares pronto a tornare. Ma la segretaria del Pd, che il 18 ottobre scorso accusò subito la destra, ancora tace
15 agosto 2026
Valter Lavitola vuole essere riascoltato dai magistrati. La sua difesa sta valutando un nuovo interrogatorio dopo quello di garanzia. Al centro c’è anche l’aggravante del metodo mafioso contestata all’ex editore e imprenditore e che la stessa difesa punta a far cadere davanti al Tribunale del Riesame. La relativa richiesta sarà depositata a inizio della prossima settimana e l’udienza potrebbe essere fissata tra la fine di agosto e i primi di settembre. Com’è noto, Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci.
Adesso, però, gli inquirenti vogliono sentire anche il giornalista Rai. La procura di Roma sarebbe intenzionata ad ascoltare il conduttore di Report come persona informata sui fatti. Servirà a chiarire una serie di contraddizioni del racconto di Lavitola, dal movente alla possibilità che Ranucci sapesse qualcosa di quanto veniva preparato. E qualche certezza in più potrebbe arrivare anche da Gomes Tavares, su cui spicca il mandato d’arresto per gli stessi reati di Lavitola, che ieri sera al Tg1 ha detto di non credere che l’amico Lavitola lo abbia scaricato e di «essere pronto a tornare» dal Camerun. Fin qui la cronaca.
Poi c’è la politica. Ed è qui che torna la domanda: perché Elly Schlein tace dall’arresto di Lavitola. La segretaria dem fu rapidissima, nell’ottobre scorso, a trasformare l'attentato contro Ranucci in un atto d'accusa contro il governo Meloni. Quarantott'ore dopo la bomba davanti alla casa del giornalista, al congresso del Pse ad Amsterdam, parlò di «democrazia a rischio» e di libertà di espressione minacciata «quando l’estrema destra è al governo».
Aggiunse che la maggioranza alimentava «un clima di divisione, polarizzazione e odio». Allora non si conoscevano né esecutori né mandante. Ma Schlein aveva già individuato il colpevole politico: il governo italiano. Accusa diretta, pronunciata davanti a una platea internazionale, in un contesto in cui l’immagine dell’Italia veniva associata a una minaccia dell’esecutivo contro la stampa.
Oggi Lavitola si è autoindicato mandante. Il dato smentisce la ricostruzione offerta ad Amsterdam. Una parola di chiarezza da chi aveva accusato il governo italiano non è arrivata. Il silenzio di Schlein sulla svolta investigativa contrasta con la rapidità mostrata dal pulpito di Amsterdam.
Dunque, sull'attentato a Ranucci, silenzio assoluto. Ma quando in ballo c’è un video con Vannacci, la segretaria dem ritrova all’istante la parola: «Mi hanno segnalato che sta girando un video fake in cui mi intrattengo divertita con Roberto Vannacci a una cena. Non è mai accaduto», scrive sui social. Sollecitudine encomiabile. Sulla propria immagine, però, zero tolleranza per l'errore altrui. Sulla propria narrazione politica, invece, tolleranza illimitata per l'errore proprio.
Intanto, la Rai mette un punto fermo sul tema delle verifiche interne. Federica Frangi, consigliere dell’azienda, avverte: «Indipendenza sì, impunità no». E aggiunge che è «strumentale invocare l’European media freedom act per trasformare ogni verifica interna su Ranucci in un attacco alla libertà di stampa». Il principio, secondo Frangi, è semplice: «L’Emfa tutela l’indipendenza editoriale della Rai, non garantisce l’impunità personale di chi ci lavora a fronte di palesi violazioni delle regole aziendali». E soprattutto, conclude Frangi, «Ranucci è e resta vittima dell’attentato subito», ma «non è vittima della Rai».
Le eventuali responsabilità professionali, dunque, devono essere accertate senza trasformare ogni verifica aziendale in un attacco alla libertà di stampa. Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e membro della Vigilanza Rai, dal canto suo, chiede chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola e sul rispetto del codice etico di Viale Mazzini. E attacca quello che definisce il sistema dei «falsi miti della sinistra», sostenendo che le frequentazioni e i rapporti con personaggi controversi impongano oggi una verifica molto più severa di quella fatta finora. Il quadro, dunque, si complica. Lavitola vuole tornare davanti ai magistrati. Ranucci sarà ascoltato come persona informata sui fatti. La Rai rivendica il diritto di verificare il comportamento del suo conduttore. Ma resta sempre una domanda: quando arriverà una parola di Schlein sulle accuse lanciate al governo Meloni appena 48 ore dopo l’attentato? Staremo a vedere.