La costante minaccia dei sottomarini russi sta mettendo l'Islanda - unico paese all'interno della Nato a non possedere esercito, marina ed aviazione militare - di fronte a un bivio: armarsi o no? Mai come prima d'ora la domanda è diventata impellente.
Tra minacce più o meno velate, la domanda è tornata di urgenza mentre il Paese si prepara al voto del 29 agosto sulla possibile riapertura dei negoziati per l'adesione all'Unione europea. Per i sostenitori dell'integrazione europea, un rapporto più stretto con Bruxelles potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di sicurezza. Ma nel dibattito interno sono molti a chiedersi se non sia il caso di iniziare a costruire una propria difesa. L'Islanda è membro della Nato, ma non possiede un esercito, una marina militare né un'aviazione militare permanenti. Da decenni la sicurezza dell'isola, che conta circa 400mila abitanti, si basa soprattutto sull'Alleanza Atlantica e sull'accordo bilaterale di difesa con gli Stati Uniti firmato nel 1951. Ora, però, il crescente interesse di Russia e Cina per il Nord Atlantico sta spingendo Reykjavík a interrogarsi sul proprio modello di sicurezza.
Arnór Sigurjónsson e Daði Freyr Ólafsson, fondatori del movimento “Guardians of Iceland”, chiedono la creazione di una vera forza di difesa nazionale. La proposta prevede 2mila militari permanenti, altri 2mila riservisti e una forza di mobilitazione in caso di guerra composta da circa 40mila persone, una cifra equivalente a circa il 10% della popolazione dell'isola. L'obiettivo sarebbe quello di creare una prima linea di difesa in grado di resistere fino all'arrivo dei rinforzi della Nato. Il reclutamento, secondo i promotori, dovrebbe essere volontario e incentivato attraverso formazione e stipendi adeguati, senza introdurre la leva obbligatoria. Per finanziare il progetto, propongono di recuperare risorse dal bilancio pubblico, individuando fino a 64 miliardi di corone islandesi, pari a circa 453 milioni di euro, attraverso una diversa distribuzione della spesa. L'idea, però, resta largamente impopolare. Lo stesso movimento riconosce che la creazione di un esercito è ancora considerata un tabù da una parte significativa della società islandese.
Il nuovo scenario geopolitico è emerso con particolare evidenza durante la Northern Viking, esercitazione guidata dagli Stati Uniti alla quale partecipano diversi Paesi della Nato. L'obiettivo è proteggere le infrastrutture strategiche e le rotte marittime intorno all'Islanda, oltre a testare le capacità di guerra antisommergibile e di contrasto alle mine. L'esercitazione rappresenta anche un modo per verificare quanto rapidamente gli alleati potrebbero intervenire in caso di una crisi nell'area. Durante l'apertura dell'esercitazione, il generale Alexus G. Grynkewich, ha evidenziato l'attività crescente di Russia e Cina nel Nord Atlantico. Secondo il generale, le navi da ricerca dei due Paesi che conducono pattugliamenti congiunti nella regione non possono essere considerate esclusivamente mezzi impegnati in attività scientifiche. La ministra degli Esteri islandese Thorgerdur Katrin Gunnarsdóttir ha lanciato un allarme analogo, sottolineando come la Russia abbia aumentato la propria presenza militare nella regione e come anche Pechino stia mostrando un crescente interesse strategico per l'area.
Come spesso accade, a rendere l'Islanda così rilevante è la sua posizione geografica. Il Paese si trova nel GIUK Gap, ovvero il corridoio marittimo compreso tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito che collega il Nord Atlantico e l'Artico con le acque che circondano Europa e Nord America. Per Mosca, questa zona rappresenta una possibile rotta di accesso all'Atlantico settentrionale per le navi della Flotta del Nord. Per la Nato, invece, è un passaggio fondamentale per il trasferimento di truppe, rinforzi e rifornimenti in caso di un conflitto. A rendere ancora più delicata la situazione è lo scioglimento dei ghiacci artici, che sta aprendo nuove rotte marittime e aumentando la competizione per le risorse della regione.
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