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ATP Washington, Nishikori ritrova la vittoria: l’ultimo ballo di Kei può avere ancora musica


I ritiri annunciati hanno quasi sempre un problema, possono lasciare al tennis, o allo sport in generale, il tempo di contraddirli. Kei Nishikori aveva fissato la data dell’addio lo scorso 30 aprile, comunicando che il 2026 sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. Tre mesi più tardi, a Washington, è tornato in campo e ha ricordato a tutti quanto sia ancora difficile batterlo.

Il giapponese ha superato l’amico Juncheng Shang con il punteggio di 6-7(3) 6-3 6-4, completando la rimonta dopo due ore e 31 minuti. Non disputava un incontro nel circuito maggiore da Cincinnati 2025 e non giocava a nessun livello dal Challenger di Savannah dello scorso aprile.

Era inevitabile aspettarsi qualche esitazione, anche se contro un avversario a sua volta rientrante dopo cinque mesi di assenza, ma con il trascorrere dei game è riemerso il Nishikori che il circuito ha conosciuto per quasi vent’anni: rapido negli spostamenti, capace di anticipare la palla e soprattutto impermeabile alla pressione.

Dopo aver perso il tie-break del primo set, Kei non ha più concesso spazio al rivale e ha terminato la partita senza offrire una sola palla break“Non è stato facile. All’inizio eravamo entrambi un po’ incerti, ma dal secondo set ho cominciato a giocare meglio. Nel terzo sono stato molto solido e ho servito bene”, ha raccontato al termine dell’incontro.

Una vittoria che gli permetterà di affrontare al secondo turno uno tra Arthur Fils e Rafael Jodar. Secondo i dati ufficiali ATP, è il suo primo successo nel Tour da quello ottenuto contro Learner Tien a Ginevra nel maggio 2025.

Washington, del resto, non è una città qualsiasi nella geografia della sua carriera. Nishikori vi conquistò il titolo nel 2015, superando Marin Cilic in semifinale e John Isner nell’ultimo atto. Undici anni più tardi, alla nona e annunciata ultima partecipazione nel tabellone principale, ha centrato la vittoria numero 452 nel circuito maggiore.

Soprattutto, ha prolungato una statistica che racconta meglio di molte altre la sua longevità: dal 2007 al 2026 ha vinto almeno una partita ATP in venti stagioni consecutive.

Quella contro Shang è stata anche la vittoria numero 158 su 218 incontri arrivati al set decisivo. Una percentuale vicina al 72,5%, inferiore soltanto a quelle di Bjorn Borg e John McEnroe nella graduatoria storica presa in considerazione dall’ATP. Non può essere soltanto casualità. Nishikori non è mai stato il più potente, il più alto o il più resistente, ma nei momenti in cui una partita diventava una questione di nervi e ostinazione era uno degli avversari peggiori da trovare dall’altra parte della rete.

Il talento rimasto nell’ombra dei Big Three

Ridurre la sua carriera all’assenza di uno Slam o di un Masters 1000 sarebbe profondamente ingiusto. Nishikori ha raggiunto il numero 4 del mondo, conquistato dodici titoli ATP, disputato quattro finali nei Masters 1000 e centrato almeno i quarti in tutti i Major. Ha partecipato quattro volte alle ATP Finals, arrivando in semifinale nel 2014 e nel 2016, e ai Giochi di Rio ha regalato al Giappone una medaglia di bronzo battendo Rafael Nadal.

Il punto più alto rimane naturalmente lo US Open 2014. Nei quarti piegò Milos Raonic dopo cinque set e oltre quattro ore di battaglia, poi eliminò Novak Djokovic in semifinale, diventando il primo giapponese a raggiungere una finale Slam in singolare. A impedirgli di completare l’opera fu Cilic, troppo potente e troppo preciso in quella sera newyorkese. Un’occasione che non sarebbe più tornata, anche perché gli anni migliori di Kei coincisero con la stagione più feroce di Federer, Nadal e Djokovic.

Nishikori era la roccia che arrivava su ogni pallina, quasi un ninja capace di sottrarre tempo anche a chi disponeva di un servizio e di una struttura fisica superiori. Il rovescio, giocato con anticipo e naturalezza, è stato tra i migliori della sua generazione. Il corpo, però, è diventato progressivamente il suo avversario più complicato. Polso, gomito, spalla, schiena, caviglie: un inventario di problemi culminato nell’operazione all’anca sinistra del gennaio 2022. Ogni ritorno sembrava l’inizio di una nuova vita agonistica, ma finiva spesso per precedere un’altra interruzione.

Quando si spegne la voglia di ricominciare

Nishikori ha spiegato che il primo vero pensiero del ritiro è arrivato dopo un torneo disputato nell’agosto 2025“Avevo dolore in tre o quattro parti del corpo e mi sono reso conto di non riuscire più a prendere la decisione di rimettermi in forma per tornare a combattere. Sentivo i piedi pesanti quando andavo ad allenarmi o a fare preparazione fisica. Non mi era mai successoNon era venuta meno la capacità di giocare a tennis, ma la disponibilità mentale a ricostruire per l’ennesima volta un fisico consumato.

A 36 anni, il giapponese ha quindi scelto di affrontare gli ultimi mesi senza l’assillo del ranking e senza l’obbligo di inseguire il grande titolo mancato. L’obiettivo è congedarsi in pace con lo sport che gli ha dato quasi tutto e che, in cambio, gli ha chiesto moltissimo. Eppure, proprio avvicinandosi alla fine, qualcosa sembra essersi riacceso: “Sono riuscito ad allenarmi senza limitazioni e mi sento sempre meglio. È bello accorgermi che sto tornando ad amare il tennis.

Il ritiro resta fissato al termine della stagione e rispettare quella decisione sarebbe perfettamente comprensibile. Ma se dopo un torneo giocato bene ne arrivasse un altro, e poi un altro ancora? E se, in un tennis nel quale l’età media dell’addio si è progressivamente allungata, al buon Kei tornasse davvero la voglia di giocare? E se la somma di tutti questi “se” desse come risultato un sì? Magari potrebbe anche continuare.