A quasi otto mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate con la ricina tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio nella loro casa di Pietracatella, in procincia di Campobasso, l'inchiesta della Procura di Larino non si è fermata. Anzi, nelle ultime settimane ha accelerato, tra nuovi sopralluoghi, analisi scientifiche affidate alla Germania e un cerchio di sospetti che si stringe sempre di più attorno a un ristretto gruppo di persone.
Da mesi gli inquirenti della Squadra Mobile di Campobasso, guidati da Marco Graziano, e la procuratrice Elvira Antonelli lavorano su un gruppo di sei persone che, a vario titolo, ruotano attorno alla vicenda. Al centro c'è Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella: è l'unico membro della famiglia sopravvissuto insieme alla figlia maggiore, e non ha mai ingerito ricina nonostante disturbi gastrointestinali riferiti nelle stesse ore in cui la moglie e la figlia minore morivano. Accanto a lui c'è Alice Di Vita, la figlia maggiore, anche lei più volte risentita dagli inquirenti dopo l'analisi di telefoni e computer sequestrati in casa.
Un ruolo chiave lo ha avuto un'amica di Antonella Di Ielsi, la testimone che per prima ha raccontato agli investigatori la crisi coniugale della coppia, fino a quel momento presentata come un matrimonio solido. Sotto i riflettori è finita anche un'insegnante di matematica dell'istituto agrario della zona, legata da un rapporto di lunga data con Gianni Di Vita, con cui è stata messa a confronto per circa sei ore in questura. A lei si affianca il marito, tecnico di laboratorio nello stesso istituto agrario, più volte interrogato anche per chiarire i motivi di alcuni contatti avuti con Antonella nelle settimane precedenti l'avvelenamento. Chiude il cerchio don Stefano, parroco di Pietracatella, confessore di Antonella e persona vicina anche al marito dell'insegnante, che finora non si è mostrato molto collaborativo con gli inquirenti, complice anche il vincolo del segreto confessionale.
Proprio l'esame dei dispositivi elettronici sequestrati in casa Di Vita ha riacceso le indagini dopo Ferragosto, portando a nuovi richiami in questura prima di Alice, poi di Gianni, poi per la terza volta dell'insegnante di matematica, che alla convocazione di fine maggio si era presentata mano nella mano con il marito, mentre all'ultimo confronto con Gianni si è recata da sola.
Al momento l'ipotesi ritenuta più solida dagli inquirenti resta quella passionale. Sarebbe stata proprio l'amica di Antonella a rivelare per prima che la donna aveva intenzione di separarsi dal marito, in contrasto con l'immagine di famiglia perfetta che tutti, parenti compresi, avevano continuato a raccontare anche dopo la scoperta della ricina come causa della morte.
Le indagini più recenti si sono spinte oltre, esplorando la natura del legame tra Gianni Di Vita e l'insegnante di matematica. Secondo quanto riferito da fonti giornalistiche, tra i due ci sarebbe stato un rapporto speciale che, secondo una delle ipotesi al vaglio, potrebbe essersi protratto fino allo scorso dicembre, proprio il mese in cui madre e figlia hanno accusato i primi sintomi dell'avvelenamento. Emerge anche un dettaglio finora sconosciuto: Antonella avrebbe interrotto da tempo i rapporti con l'insegnante, un'informazione che gli investigatori considerano utile per capire tensioni e dinamiche interne al gruppo.
Su un punto ritenuto cruciale per l'inchiesta, e probabilmente legato proprio a questo rapporto, uno tra Gianni e l'insegnante avrebbe mentito agli inquirenti durante il lungo confronto in questura. Anche il marito dell'insegnante resta sotto osservazione: gli investigatori vogliono ancora capire perché avesse avuto diversi contatti con Antonella nelle settimane precedenti l'avvelenamento, e non è escluso legare l'episodio a tensioni tra la moglie e la vittima, di cui solo di recente qualche amica di Antonella si è detta a conoscenza. Don Stefano, dal canto suo, sarebbe stato visto conversare a lungo con il marito dell'insegnante proprio dopo il faccia a faccia tra quest'ultima e Gianni Di Vita.
Resta aperto anche l'interrogativo su chi fosse il vero bersaglio dell'avvelenamento: se la sola Antonella, oppure anche la sedicenne Sara come vittima collaterale, o se addirittura l'obiettivo iniziale potesse essere un altro componente della famiglia.
Al momento nessuno dei sei protagonisti della vicenda risulta formalmente indagato: tutti hanno finora deposto come testimoni, con l'obbligo di dire la verità. Gli inquirenti attendono i risultati definitivi degli esami di Berlino sul cosiddetto "vettore" del veleno, che secondo alcune indiscrezioni sarebbe già stato individuato, prima di sciogliere il nodo principale del caso: chi ha materialmente introdotto la ricina in casa Di Vita alla vigilia di Natale, e con quale scopo.