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Balotelli: «Non ho bisogno di soldi. Se continuo a segnare, torno in Nazionale. Smettere? Giocherò finché sto bene»


A gennaio Mario Balotelli ha scelto di ripartire dall'Al-Ittifaq, club di Dubai che milita nella seconda serie degli Emirati Arabi Uniti. Una scelta nata dalla voglia di tornare in campo e godersi ancora il calcio, alla quale da luglio si è aggiunta la possibilità di realizzare un vecchio sogno: giocare nella stessa squadra del fratello Enock Barwuah. Oggi il Guardian descrive il 36enne ex attaccante di Inter, Milan e Manchester City come un uomo più saggio e maturo, ormai lontano dai rimpianti per quello che la sua carriera avrebbe potuto essere. Intervistato dal quotidiano britannico, Balotelli respinge innanzitutto l'idea che dietro il trasferimento a Dubai ci sia soltanto una scelta economica: «Tutti dicono "Vai a Dubai per i soldi", ma grazie a Dio non ne ho bisogno. Il denaro non era l'unico obiettivo». Poi racconta l'incontro con il presidente dell'Al-Ittifaq: «Voleva incontrarmi e abbiamo parlato. L'idea è nata all'ultimo minuto. Il progetto era interessante e competitivo. Mi sono appassionato all'idea».

Il calcio in Medio Oriente

Balotelli racconta così l'ambiente calcistico conosciuto negli ultimi mesi: «Le infrastrutture sono ottime, gli stadi bellissimi. Il problema è il pubblico. Non c'è folla ed è un po' triste. A prescindere dal campionato, l'organizzazione delle squadre lascia un po' a desiderare, ma credo miglioreranno con il tempo». A rendere speciale questa esperienza è anche la possibilità di condividere lo spogliatoio con il fratello Enock: «È bellissimo. Fin da piccoli ci siamo sempre detti che un giorno avremmo giocato insieme. Lui mi chiedeva sempre: "Se giochi nell'Inter, nel Milan o nel Manchester City, come posso giocare con te?". Io gli rispondevo che crescendo avrei potuto giocare in una squadra di livello leggermente inferiore e magari ci avrebbero dato quell'opportunità».

Il calcio in Italia

Per Balotelli le tre mancate qualificazioni consecutive dell'Italia ai Mondiali hanno radici che vanno oltre la tattica e gli allenatori: «Preferisco dare spiegazioni pratiche piuttosto che tecniche, basate sulla vita di tutti i giorni e su ciò che vedo in Italia». Il confronto parte dalla sua infanzia: «Da piccoli giocavamo a calcio per ore e ore. Ricordo che mia madre si arrabbiava perché restavo fuori finché non faceva troppo buio per vedere il pallone. Ci minacciavano dicendo che il giorno dopo non potevamo più uscire a giocare. Ora, quando cammino per città come Brescia, ma lo vedo anche in altre città italiane, i parchi sono vuoti. Non c'è nessuno in giro». Secondo l'attaccante, computer, telefoni e console hanno cambiato profondamente il rapporto dei più giovani con il pallone: «Oggi i ragazzi sono attaccati ai cellulari. Si sentono come Ronaldinho perché guardano i suoi video. Io mi sentivo come Ronaldo perché riuscivo a fare gli stessi trick al parco». Ma sarebbe cambiata anche la mentalità dei genitori: «Un bambino di sette anni oggi potrebbe giocare a calcio per due ore ogni tre giorni. Noi avevamo gli stessi allenamenti strutturati, più tre ore di gioco al parco ogni giorno, che sembravano divertenti ma in realtà erano un allenamento extra. Credo davvero che i talenti nascessero per strada e nei parchi». E ancora: «Giocavi molto, imparavi molto e ti mettevi alla prova contro i ragazzi più grandi. Se eri bravo, non ti facevano giocare con i bambini della tua età; ti facevano giocare con i più grandi. Quelle erano prove che mi sono servite molto nel lungo periodo. Giocare con persone più grandi di me è sempre stata una delle cose più importanti della mia carriera».

Il futuro della Nazionale

Balotelli è convinto che il calcio italiano tornerà a crescere, anche se potrebbe servire tempo: «È normale. Spagna, Francia e Germania hanno avuto tutti periodi di difficoltà». Il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale riapre inevitabilmente anche la suggestione di un possibile ritorno di Balotelli in azzurro. L'attaccante racconta: «Mi ha mandato un messaggio per farmi gli auguri di compleanno e io ho scherzato dicendogli: "Guarda, posso ancora giocare!"». Quando gli viene chiesto se potrebbe davvero tornare in Nazionale, la risposta è netta: «Se continuo a segnare, sì». Balotelli difende anche l'allenatore che lo ha guidato all'Inter e al Manchester City: «Sono molto contento che sia tornato in Nazionale; gli voglio molto bene e gli auguro il meglio. In Italia si tende a dare la colpa agli allenatori, ma onestamente la responsabilità maggiore dovrebbe ricadere sul sistema. È la verità che nessuno vuole dire». C'è anche una coincidenza curiosa: l'ultima presenza di Balotelli con l'Italia risale al 7 settembre 2018, contro la Polonia a Bologna. Quella partita fu anche la prima gara ufficiale di Mancini durante il suo primo mandato da commissario tecnico.

L'idea di smettere?

L'ex attaccante di Inter e Milan parla anche delle sue attuali condizioni fisiche: «Mi sento bene. Mi sto riprendendo da un piccolo problema alla gamba, ma mi alleno e sta andando bene. Fa caldo, il che rende un po' difficile dare il 100%, ma se si dosa e si usa la testa, si riesce a giocare abbastanza bene». Di smettere, però, non ha alcuna intenzione: «In campo voglio giocare finché mi sento bene. Giocare è ciò che amo fare, quindi finché il mio corpo non mi dirà "Basta", continuerò». Balotelli comincia comunque a immaginare anche il dopo: «Voglio sicuramente dedicarmi alle mie attività e concentrarmi sui miei figli. Preferirei però la tranquillità. Ho avuto una carriera molto frenetica, quindi uno stile di vita sedentario non sarebbe male». E guardandosi indietro, alla domanda su cosa direbbe al Balotelli sedicenne, arriva forse la risposta che meglio racconta il cambiamento degli ultimi anni: gli consiglierebbe di non fare alcune scelte e di ascoltare determinate persone nei momenti giusti.


Ultimo aggiornamento: domenica 30 agosto 2026, 21:50

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