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Bambini che si toccano le parti intime, la pediatra: «Succede spesso tra i 2 e i 6 anni. Non sgridateli». Perché accade e quando preoccuparsi


Una mamma le ha scritto poco tempo fa: sua figlia di tre anni si sfregava prima di addormentarsi, e lei stava pensando di toglierle il riposino a scuola. Non per il gesto in sé. Per la paura che potesse farlo davanti agli altri bambini. Valentina Paolucci, pediatra tra le voci più seguite sui social quando si parla di crescita dei figli, racconta partendo da qui il motivo per cui ha deciso di affrontare pubblicamente un tema che imbarazza quasi tutti: l'esplorazione del corpo, dai primi anni di vita fino all'adolescenza.

Due età, due significati diversi

Nell'infanzia e nella pubertà lo stesso gesto vuol dire due cose completamente diverse. «L'esplorazione del corpo può comparire già nei primissimi anni di vita ed è particolarmente frequente tra i due e i sei anni», spiega Paolucci. Il bambino scopre il mondo attraverso i sensi, e prima o poi scopre anche se stesso: può toccarsi per curiosità, o perché quel gesto produce «una sensazione piacevole e rassicurante, soprattutto quando è stanco, annoiato o sta per addormentarsi». Non c'entra la sessualità adulta. Sono, dice, «manifestazioni fisiologiche, occasionali e se necessario facilmente interrompibili, inserite in uno sviluppo complessivamente armonico del bambino».

Con la preadolescenza cambiano gli ormoni, e cambia anche il senso del gesto: «Intervengono i cambiamenti ormonali, una maggiore consapevolezza del piacere e, progressivamente, le fantasie e l'interesse verso la sessualità». Il comportamento resta simile. Il significato no. E soprattutto non cambia il principio di fondo, che vale a ogni età: «Non deve essere colpevolizzato, ma cambiano le parole dell'adulto ed il ruolo dell'adulto».

Come reagiscono i genitori

Rimproveri, vergogna, punizioni funzionano molto meno di quanto i genitori pensino: sono strumenti che, spiega, «hanno una limitata efficacia educativa nel bambino piccolo». E il danno può andare oltre il singolo episodio. «Rimproveri e reazioni di disgusto rischiano di trasmettere al bambino l'idea che il suo corpo o un comportamento sia sporco o sbagliato», con il risultato, aggiunge, di renderlo «meno disponibile a confidarsi con l'adulto proprio quando avrebbe bisogno di raccontare qualcosa che lo potrebbe aver messo a disagio». Funziona meglio altro: «Una regola semplice e coerente, l'esempio dell'adulto e, quando necessario, il reindirizzamento verso un'altra attività».

Valentina Paolucci, pediatra e divulgatrice, ha dedicato proprio a questi temi il libro Il mio corpo è mio (Salani editore), pensato per aiutare i genitori a trovare le parole giuste su consenso, confini personali e sicurezza del corpo. Un lavoro nato, racconta, dalle «tante domande ricevute negli anni da parte dei genitori», che le hanno fatto capire «quanto questo tema sia ancora carico di paura e vergogna».

La frase da usare sul momento

Per chi si trova il problema davanti all'improvviso, senza tempo per pensare, la pediatra suggerisce una formula da dire con tono sereno: «Non stai facendo nulla di sbagliato. Il tuo corpo è tuo, ma questo è un gesto privato. Adesso siamo insieme ad altre persone: vieni, facciamo un'altra cosa». Con i più grandi si può aggiungere un'apertura ulteriore: «Puoi sempre farmi delle domande sul tuo corpo, le tue sensazioni o dubbi e puoi raccontarmi qualunque cosa ti faccia sentire a disagio: non sarai mai rimproverato e ti starò ad ascoltare».

La chiave, per Paolucci, sta nel non fare confusione: «È fondamentale distinguere la privacy dal segreto.

L'intimità è uno spazio personale che si protegge. Un segreto che provoca paura, disagio o confusione deve invece poter essere sempre raccontato a un adulto di fiducia».

Quando serve un consulto

Un bambino che si tocca, anche in pubblico, non è di per sé un campanello d'allarme. E non esiste, dice Paolucci, «un'età precisa oltre la quale il gesto diventi automaticamente allarmante»: contano modalità, frequenza, contesto. Un consulto specialistico ha senso quando il comportamento è molto frequente e pervasivo, non si riesce a interrompere o reindirizzare, sostituisce il gioco, provoca dolore o lesioni, coinvolge altri bambini attraverso coercizione o minacce, avviene tra bambini con una forte differenza di età o sviluppo, oppure riproduce in modo esplicito e ripetuto atti sessuali adulti non compatibili con l'età.

C'è poi il tema più difficile, quello dell'abuso, che Paolucci non aggira: «Questa possibilità non deve essere sottovalutata», soprattutto davanti a conoscenze sessuali «nettamente inadeguate all'età», paura verso una persona specifica, cambiamenti improvvisi di umore o comportamento, regressioni, disturbi del sonno, dolore o lesioni genitali. Ma attenzione a non trasformare ogni segnale in una prova: «Nessuno, considerato isolatamente, dimostra che sia avvenuto un abuso. Allo stesso modo, l'assenza di segni fisici non permette di escluderlo». In caso di dubbio fondato serve una valutazione da professionisti, «evitando interrogatori ripetuti o domande suggestive».

Il ruolo del genitore nell'adolescenza

Con l'ingresso nell'adolescenza, la masturbazione diventa «una normale espressione dello sviluppo sessuale», e il compito del genitore si sposta dal correggere il gesto al costruire un dialogo più ampio. «Il genitore deve rispettare l'intimità del ragazzo, evitando controlli, interrogatori, battute o intrusioni, senza però rinunciare al proprio ruolo educativo», spiega Paolucci, che indica anche i temi da affrontare progressivamente: consenso, confini, relazioni affettive, contraccezione, prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse, e ciò che riguarda il mondo online - pornografia, sexting, condivisione di immagini intime. Meglio, dice, «conversazioni progressive, adattate alla maturità del ragazzo», piuttosto che un unico, imbarazzante «grande discorso».

La domanda che i genitori fanno sempre

C'è un dubbio che, secondo la pediatra, ricorre più di ogni altro negli studi pediatrici: «È normale oppure significa che qualcuno gli ha insegnato qualcosa?». Dietro, spesso, si nasconde anche il timore opposto: che parlarne apertamente «anticipi interessi sessuali». Paolucci lo esclude: la scoperta autonoma del piacere corporeo «è possibile e comune», e la conoscenza corretta del proprio corpo, con i nomi anatomici reali, «è la base di partenza per la consapevolezza e la tutela». Il filo che tiene insieme tutte le sue risposte è, in fondo, un invito a cambiare sguardo prima ancora che linguaggio: «Normalizzare ciò che appartiene allo sviluppo senza minimizzare i veri segnali d'allarme e, soprattutto, offrire ai genitori parole semplici».


Ultimo aggiornamento: mercoledì 9 settembre 2026, 05:00

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