L’intelligenza artificiale attira capitali record, ma l’economia reale frena. Le politiche Usa alimentano una bolla che minaccia i mercati e l’Europa intera.
Gli investimenti in intelligenza artificiale stanno superando ogni record storico, ma non generano la crescita economicasperata. Negli Stati Uniti la spesa per i data center ha già battuto quella per le telecomunicazioni registrata nel 2000. Ciononostante, il Pil globale rallenta in modo preoccupante. Il pericolo imminente è la formazione di una nuova bolla speculativa, con effetti distruttivi molto più gravi di quella delle Dotcom.
La regola economica generale che si ricava da questo scenario è chiara ed è sempre valida. L’innovazione tecnologica, da sola, non basta a garantire lo sviluppo e la ricchezza di una nazione. Se l’ambiente politico ed economico circostante è caotico o gestito in modo incoerente, i benefici della tecnologia vengono annullati dai costi dell’instabilità.
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Esiste una evidente anomalia tra i numeri di oggi e quelli del passato. Tra il 1995 e il 2000, gli anni d’oro in cui internet divenne commercialmente rilevante, l’economia americana cresceva a un ritmo solido, superiore al 4%.
Oggi, nel pieno dell’era dell’intelligenza artificiale (tra il 2023 e le stime del 2026), la crescita si ferma intorno al 2,5%. Questa netta differenza conferma un vecchio principio, noto come il paradosso del premio Nobel Robert Solow. Questo teorema afferma, in sintesi, che i computer si vedono ovunque, tranne che nelle statistiche ufficiali sulla produttività.
La tecnologia odierna ha un potenziale immenso, capace di modificare l’intera struttura produttiva mondiale. Eppure, i risultati concreti in termini di produttività del lavoro sono inferiori rispetto a quelli registrati alla fine del millennio scorso.
Il divario di crescita non dipende dalla tecnologia in sé, ma dalle scelte dei governi. Negli anni novanta, l’amministrazione di Bill Clinton mantenne una rigorosa prudenza fiscale.
I ricavi generati dal boom del settore privato vennero usati per sistemare i conti pubblici. Questo approccio fu talmente efficace che nel 1998 e nel 2001 gli Stati Uniti registrarono un raro surplus di bilancio. In quel periodo, inoltre, il commercio internazionale prosperava grazie a un ordine globale stabile e liberale.
Oggi la situazione è letteralmente capovolta. L’amministrazione di Donald Trump (le cui politiche proiettano i loro effetti sul 2025-2026) gestisce un deficit federale che supera il 6% del Pil. Lo Stato spende molto più di quanto incassa, nonostante l’economia sia inondata dai capitali privati destinati all’intelligenza artificiale.
Il rallentamento attuale è il risultato diretto di un contesto politico incerto, caotico e conflittuale. Le scelte di natura nazionalistica bloccano lo sviluppo organico del mercato.
Mentre negli anni novanta internet e l’economia viaggiavano insieme verso la crescita, oggi l’economia reale ristagna. Solo gli enormi capitali iniettati nel settore tech evitano una crisi totale.
Le cause specifiche che frenano i mercati derivano da precise scelte politiche:
l’imposizione di dazi doganali che limitano il libero commercio;
le politiche rigide contro l’immigrazione che riducono la disponibilità di forza lavoro;
le costanti tensioni geopolitiche internazionali, come il conflitto aperto con l’Iran;
la totale incapacità di abbassare il costo della vita e risolvere la cosiddetta crisi di accessibilità per i cittadini.
Le scelte degli anni novanta non furono perfette e portarono a gravi conseguenze. La totale assenza di regole finanziarie portò, anni dopo, al disastroso crac del 2007-2008. Inoltre, l’incapacità di distribuire la ricchezza creò enormi disuguaglianze, favorendo la nascita dei populismi.
Le politiche attuali, tuttavia, rischiano di riprodurre quegli stessi sbagli su una scala ancora più ampia. L’approccio odierno si basa su misure che storicamente destabilizzano i mercati a lungo termine.
Si taglia lo stato sociale (il welfare) e si riducono le tasse in modo sbilanciato, favorendo esclusivamente le fasce più ricche della popolazione. Si promuovono mercati opachi e privi di tutele, spingendo fortemente sulle criptovalute. A questo si aggiunge un netto rifiuto di imporre regole all’intelligenza artificiale, negando persino le forme di autoregolamentazione proposte dagli stessi leader del settore tecnologico.
Nel 2001, l’esplosione della bolla delle Dotcom distrusse i portafogli di molti investitori. Quell’evento causò una recessione immediata che colpì duramente sia gli Stati Uniti che diversi Paesi europei, lasciando una crescita debole per anni.
Oggi quasi tutti gli indicatori economico-finanziari segnalano che una dinamica identica si sta gonfiando intorno all’Ai. La differenza sostanziale risiede nella natura stessa di questa tecnologia. L’intelligenza artificiale è infinitamente più pervasiva nell’industria globale rispetto ai siti web del 2000.
Un suo collasso finanziario provocherebbe danni nettamente superiori e molto più severi. L’Unione Europea e il resto del mondo si troverebbero a subire le conseguenze devastanti di un crollo nato oltreoceano. Si troverebbero a pagare un prezzo altissimo per una bolla generata dal caos politico americano, senza aver nemmeno goduto dei vantaggi della crescita iniziale.