TRIESTE. "Un grande pericolo che spesso non viene considerato ma che causa il degrado della vegetazione nonché la perdita della biodiversità, e che avviene anche sul nostro Carso, è quello rappresentato dal pascolo intensivo degli animali nel bosco". Così Nicola Bressi, naturalista e zoologo nonché uno dei massimi esperti del territorio del Friuli Venezia Giulia. "Questi erbivori tendono a mangiare piante verdi tralasciando le parti secche alterando il naturale equilibrio del bosco. Spesso inoltre animali come ad esempio le capre scortecciano gli arbusti decretando il disseccamento della pianta, le cui parti secche in abbandono possono anche fare da innesco o comunque favorire gli incendi".
L'esperto analizza per Il Dolomiti alcuni fenomeni fortemente indicativi del cambiamento dell'ambiente, soprattutto in questo caso quello boschivo, che sono alla base di molte delle emergenze che frequentemente si presentano in regione, diversamente rispetto al recente passato, dalle montagne fino al Carso triestino. Secondo il naturalista, infatti, un certo tipo di frequentazione e sfruttamento del bosco da parte degli animali da pascolo avrebbe un effetto nefasto sugli equilibri che naturalmente portano il bosco a prevenire le calamità.
"Naturalmente è importante fare una grande precisazione – puntualizza Bressi -, bisogna distinguere il pascolo dall'allevamento all'aperto: il pascolo prevede animali all'aperto che 'si arrangiano' con il cibo che offre il territorio, e questo consente il dispiegamento di un numero di capi in base alla disponibilità offerta da un dato ambiente ed è fortemente auspicabile per il mantenimento di prati stabili e radure. Altra storia l'allevamento al'aperto, come ho visto in numerosi esempi in giro per l'Italia e dove vengono immessi molti più animali in relazione a quelli che la natura può sostenere, tanto che la loro dieta viene integrata portando loro ulteriore cibo".
Nel bosco, invece, soprattutto nei boschi del Carso, "il pascolo intensivo è chiaramente deleterio in tal senso", aggiunge Bressi. "Gli animali che vanno avanti e indietro anche in assenza del sottobosco come ad esempio nelle faggete, finiscono con il portare via anche il fogliame mettendo a nudo il suolo e questo favorisce la formazione di accumuli d'acqua in caso di pioggia forte che finisce col dilavare via il terreno. Il sottobosco che talvolta viene demonizzato e spesso si sente dire della necessità intervenire per la 'pulizia del sottobosco', non tiene conto del fatto che il sottobosco è un micro-ambiente che si è evoluto nel corso di millenni a vivere in perfetta coabitazione con gli alberi, e soprattutto lenisce l'irraggiamento solare e il surriscaldamento del suolo stesso. In definitiva un pascolo intensivo nel bosco lo rende più secco e più sensibile agli incendi e con il tempo lo fa sparire”.
Il bosco infatti per sua natura è un ambiente che per continuare a esistere, come specificato dal naturalista, deve continuamente rinnovarsi, e se da un lato la quantità di erbivori selvatici di per sé, in regione, non è ancora tale da mettere a repentaglio questo rinnovamento e non siamo ancora al livello di un sovrapascolo naturale, dall'altro si profila un problema ben più stringente per il tema dei boschi nella nostra regione, che pur essendo cresciuto diffusamente negli ultimi anni appare afflitto da un cambiamento che privilegia alcune specie di tipo più mediterraneo a scapito delle piante endemiche “storiche”, in particolare sul Carso, comportando un'evoluzione e un cambiamento sulla fisionomia di questi habitat, sulla quale incide il cambiamento climatico.
"Il bosco del Carso non si rinnova più a causa del clima. Soprattutto alcune specie, come querce e caprini che ora non riescono più a rinnovarsi perché le piante giovani muoiono non riuscendo a sostenere il caldo e la siccità degli ultimi anni. Si sta andando verso foreste di frassino o orniello, oltre a una miriade di specie aliene. Per quanto riguarda la varietà di querce, tutte le querce che hanno meno di cinque anni sono quasi tutte dei lecci. Per chiudere il cerchio, tutti i pini neri piantati al tempo dell'Austria sono in sofferenza, risultano disidratati, e più una pianta è disidratata e più elevata è l'esposizione agli incendi. Conseguentemente queste conifere sono piene di resina, quindi sono come dei 'bidoni di benzina' ad alto rischio", conclude Bressi.