Quel che subito colpisce di Bucking Fastard, il ritorno di Werner Herzog al film di finzione, è una doppia protagonista che in realtà non è veramente doppia. Certo si tratta di sorelle (neanche gemelle) formalmente distinte, ma sembrano avere una sola anima nel momento in cui dicono, fanno, provano e persino sognano le stesse cose. Joan e Jean si muovono all'unisono e parlano perfettamente sincronizzate, inoltre indossano gli stessi vestiti, hanno gli stessi lapsus verbali e utilizzano l'aspirapolvere afferrandola contemporaneamente per il manico – andando nel panico se non passano attraverso lo spazio tra le poltrone: sono prigioniere della simmetria. Sembra un "banale", nel senso di non-soprannaturale, disturbo ossessivo compulsivo, ma Herzog lo eleva fino a farlo diventare l'incarnazione di un dilemma filosofico sulla natura del doppio, l'avventura in un mondo fantastico immaginato, un cortocircuito tra il senso condiviso delle cose e un significato particolare e strettamente personale.
Bucking Fastard compete per il Leone d'Oro all'ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia 2026. Ha già una distribuzione italiana in I Wonder Pictures, ma non una data di uscita al cinema. Herzog lo ha dedicato, con una didascalia iniziale, a David Lynch.
Nel film, Joan e Jean sono interpretate da Kate e Rooney Mara (già in odore di premio alla recitazione), sorelle anche nella vita reale, accreditate nei titoli di testa come un'unica attrice con il nome di entrambe. Tutte e due sono famose per le collaborazioni con il regista David Fincher: Kate ha interpretato una giornalista nella serie The House of Card, Rooney è stata la fidanzata di Mark Zuckerberg in The Social Network e l'hacker Elizabeth Salander in Millennium – Uomini che odiano le donne. Bucking Fastard è ispirato a un fatto di cronaca degli anni '80 (lo abbiamo raccontato qui): le gemelle Chaplin furono colpite con un ordine restrittivo ottenuto dall'uomo con cui entrambe intrattenevano una relazione. Lo spunto è anche l'inizio del film, ma è fin da subito perfettamente chiaro che le cose non sono andate in tutto e per tutto come le racconta Herzog, a partire dalla creatura bicefala che subito conquista il centro della scena. Quando Joan e Jean si trasferiscono in un villaggio dove sono conosciute solo per il modo in cui ne avevano parlato i giornali, devono fare i conti con le reazioni più assurde: ad esempio c'è chi taglia una ciocca di capelli a una della due così da poterla distinguere dalla sorella.
Quello a cui le sorelle Holbrooke non hanno rinunciato è la ricerca dell'amore, che portano avanti a modo loro, in un mondo identico a quello di tutti i giorni che però viene re-interpretato e trasfigurato nel fantastico. Tutto Bucking Fastard è un viaggio che si spinge sempre più lontano, non lontano in senso geografico ma lontano dal sentire comune, dal sistema di credenze, interpretazioni e norme sociali che condividiamo come consesso umano. Jean e Joan ne sono chiaramente fuori, infatti trovano una dimensione a loro più congeniale quando ascoltano le leggende di cui sono ammantati alcuni luoghi naturali. Si trovano a proprio agio tra caverne che non si sa bene dove portano e lungo i pendii di montagne che, secondo la tradizione locale, hanno un legame addirittura con i giganti. Sfidando continuamente la ricerca di senso dei personaggi del film, che infatti impazziscono nel tentativo di classificarle, perseguono il loro obiettivo in un modo assurdo e destinato a scontarsi con con quello che gli altri considerano vero, corretto e logico.
Anche Bucking Fastard, un po' come le sue protagoniste, si muove secondo le proprio regole. Non è un film come un altro, e in particolare non è un film dinamico, con una storia appassionante, un buon ritmo, che prende alla pancia e trascorre in un batter d'occhio. Invece è un film che nasce da una suggestione che esplora in tutte le sue possibili implicazioni. Non è un film con una grande presa emotiva e potrebbe lasciare qualcuno con il dubbio sul tipo di discorso che ha voluto fare il regista, ma proprio questa inafferrabilità si collega alla capacità di quest'opera di essere ripensabile, di tornare cioè nella testa dello spettatore il quale proverà a metterne a fuoco, nelle ore e nei giorni successivi, tutti i significati possibili. È poi un film che somiglia al suo regista: frasi come "tutti nella vita dovrebbero scavare una montagna" sembrano proprio il tipo di cose che direbbe Herzog nelle interviste o nei suoi documentari, e viene quasi da ripeterle imitando la sua inconfondibile cadenza.
Anche la regia insegue la suggestione del doppio leggendario: le sorelle Mara, ad esempio, non hanno mai un primo piano, neanche uno per tutta la durata del film. Significherebbe, infatti, separarle. Ed Herzog, che le tratta con grande affetto, proprio non vuole farlo. La corrispondenza di gesti e parole spinge lo spettatore a osservare attentamente le immagini per scoprire tutte quelle volte in cui la simmetria si rompe, interrogandosi sul perché si sia rotta proprio in quel momento. Bucking Fastard è un bel film e dimostra che Herzog non ha smesso di stupire con il suo cinema di invenzioni.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).