Con tono commosso Massimo Cacciari ricorda l’amico fraterno e collega Vincenzo Vitiello scomparso tre giorni fa. Amici per cinquant’anni, cofondatori della rivista di filosofia “Paradosso” nel 1990 nella quale hanno lavorato per vent’anni fianco a fianco con altri grandi pensatori come Carlo Sini e Sergio Givone, Cacciari e Vitiello si sono confrontati in decine di incontri, in particolare dibattendo su nichilismo moderno, senso della storia, destino dell’Occidente e dell’Europa, limiti del linguaggio. L’uno ha omaggiato l’altro partecipando ai volumi in occasione dei rispettivi settant’anni.
Come sintetizzare il pensiero di Vitiello, Cacciari?
«La sua produzione è vastissima, dalla poesia alla teologia. I temi fondamentali per cui è diventato un punto di riferimento imprescindibile del dibattito filosofico non solo italiano sono la conoscenza straordinaria che aveva dei grandi classici dell'idealismo tedesco, in particolare di Hegel e Kant, e poi la capacità quasi unica di scorgere nella discussione filosofica contemporanea il ritorno dei grandi temi della filosofia classica. La sua principale teoria era basata sul concetto di topologia».
Come si può spiegare?
«Secondo la topologia, la filosofia non va mai intesa cronologicamente ma topologicamente, ossia per luoghi in cui confluiscono autori di epoche diverse. Questo è un atteggiamento teoretico fondamentale. In qualche modo la filosofia cosa fa se non ritornare sullo stesso luogo, sullo stesso problema e lì fa incontrare Platone con Kant, Hegel con Aristotele? Vitiello era un maestro in questo modo di fare filosofia che combinava l’aspetto storiografico con quello teoretico. Una conoscenza come la sua dei classici della filosofia l'aveva in Italia soltanto Emanuele Severino, con cui ha avuto rapporti strettissimi».
Severino e Vitiello da cosa erano accomunati?
«Sono stati due pensatori diversissimi come impostazione ma accomunati dalla capacità di spingere la loro teoresi fino ai punti terminali. Non hanno mai fatto semplice storiografia, hanno lavorato in senso opposto alla banale filosofia saggistica».
Vitiello ha indagato molto anche il sacro e la religione.
«Aveva una grandissima passione per l'esperienza religiosa, è importantissimo da sottolineare, capiva da un lato la grandiosità del processo di desacralizzazione che l'Occidente ha conosciuto e che ha influenzato l'intero globo, nello stesso tempo ne vedeva anche la miseria, la perdita di esperienza che questo comportava, lo svuotamento della ricchezza dell’esperienza religiosa e in particolare di quella del cristianesimo. Da qui Vitiello allargava il discorso al politico».
In che modo?
«Nel 1995 pubblicò per Laterza “Cristianesimo senza redenzione”. Una religione che non crede più neanche nella salvezza, nella vittoria sulla morte che significa resurrezione, ha perso la sua dimensione escatologica che si riflette nell’incapacità politica di pensare a un fine ultimo. Oggi noi abbiamo in mente solo scopi dell’imminenza, dell’oggi o al massimo del domani, e questo lui l’ha denunciato da grande interprete del presente. Al di là del suo pensiero, mi mancherà molto anche l’uomo, il mio amico Enzo».
Chi è stato per lei?
«Pur essendo totalmente dedito al suo lavoro, Enzo non era un egocentrico e sapeva essere un grande amico, generoso e capace di donarsi all’altro come pochi. Un dono raro. Era una di quelle persone che non potevano neanche concepire di farti del male, di offenderti, di non partecipare a quello che tu sentivi, ai tuoi dolori e alle tue gioie. Ho perso l’amico di una vita».