ROMA AAA. Cercasi risorse. Per limitare i danni di quello che verrà ricordato come il contro-esodo della stangata. Ieri, sulle autostrade intasate di turisti di ritorno verso casa, un litro di diesel è arrivato a costare in media 2,203 euro, la soglia psicologica dei 2 euro ormai superata da un pezzo. E non è andata granché meglio a chi ha fatto il pieno di benzina: anche la verde ha sfondato il tetto dei 2 euro, lievitando a 2,087 al litro. La stangata agostana ha colpito anche chi è rimasto in città, abbattendosi su strade urbane, statali e provinciali: al self-service gli automobilisti hanno dovuto sborsare 2,010 euro per la benzina e 2,130 euro per acquistare gasolio. Sommando al danno delle vacanze trascorse lontane dai luoghi di villeggiatura, la beffa di prezzi fuori controllo.
Per il governo si tratta di un incubo che va avanti da sei mesi ormai, iniziato con la guerra in Iran e la conseguente paralisi dello stretto di Hormuz: da allora circa 2,3 miliardi di euro sono andati in fumo per alleggerire le tasche di chi viaggia su gomma. Ieri la notizia della nuova misura che ha allungato di un giorno lo sconto sul gasolio, spostando la deadline dal 25 al 26 agosto. Ad allungare la vita al taglio di 17,1 centesimi al litro per il solo diesel è intervenuto l'atteso decreto interministeriale firmato il 20 agosto scorso dai ministri dell'Economia e dell'Ambiente. La mini-proroga è finanziata con circa 20 milioni dell'extragettito Iva sui carburanti di luglio, risorse che permetteranno di attivare la cosiddetta accisa mobile coprendo però due giorni appena, domani e mercoledì. Qualcosa certo, ma non abbastanza. Visto che giovedì, a contro-esodo ancora in corso, si ritorna alla casella di partenza. Dove il governo teme di restare inchiodato. Ai piani alti dell'esecutivo nessuno fa mistero delle difficoltà per uscire dal pantano dei rincari. Oggi Giorgia Meloni rientrerà a lavoro a Palazzo Chigi dopo le vacanze trascorse tra Sardegna e Puglia, e, prima di raggiungere Amatrice per i 10 anni dal sisma, cercherà di venirne a capo triangolando con via XX Settembre. La volontà del governo, riferiscono fonti di primo piano, è di allungare i tagli almeno fino al contro-esodo, il 6 settembre è il giorno X. Anche se la data cerchiata in rosso è quella del 29-30 agosto, due giornate da bollino nero, con milioni di vacanzieri in viaggio su strade e autostrade, i rincari pronti a infiammare il fronte della protesta.
Ma trovare le risorse per fronteggiare la corsa de prezzi assomiglia a una traversata nel deserto: i soldi non ci sono e trovarli è impresa assai complicata. Ed è lì che si incunea la polemica dell'opposizione, che sull'impennata dei prezzi dei carburanti fa la voce grossa. La segretaria del Pd Elly Schlein chiede all'esecutivo di tassare subito gli extraprofitti delle società energetiche per calmierare i costi alla pompa: «Meloni e Giorgetti passino dalle parole ai fatti, assumano l'iniziativa e introducano questa tassa a livello nazionale». La proposta dei dem è arrivata all'indomani della lettera con cui l'Italia e altri 5 Paesi (Germania, Polonia, Austria, Portogallo e Spagna) hanno chiesto a Bruxelles di introdurre una tassa europea sugli extraprofitti delle società energetiche. Nell'attesa che l'Ue batta un colpo, per Schlein bisogna agire subito, senza perder tempo, tassando sin da subito in casa le aziende nel mirino.
La mina vagante dei prezzi dei carburanti rischia inoltre di rendere ancor più complessa la partita della manovra. L'assalto alla diligenza è già iniziato e quest'anno promette di far impallidire le battaglie degli anni passati. Il gioco si fa ancor più duro perché il governo è a fine corsa e per i partiti piantare le bandierine giuste è questione di vita o di morte. Al Mef hanno annusato da un pezzo l'aria che tira, tant'è che già a luglio scorso il titolare dell'Economia aveva messo in chiaro di non aver nessuna intenzione di lasciarsi tirare per la giacchetta. Un auspicio destinato a cadere nel vuoto, la prova è nel fatto che i "pizzini" coi desiderata di questo o quel partito abbiano già raggiunto via XX Settembre e i piani alti di Palazzo Chigi. E così la Lega torna in pressing sulle uscite anticipate dal mondo del lavoro, Fi fa il tifo per una detassazione totale delle tredicesime, Fdi studia nuove misure per famiglie e lavoratori strizzando l'occhio al ceto medio. Con due variabili decisive per la legge di bilancio che verrà. La prima ha a che fare con la flessibilità che l'Italia si appresta a chiedere all'Europa su energia e difesa, che libera spazi in manovra da cavalcare come fossero praterie. La seconda risiede nell'incognita dell'uscita dalla procedura d'infrazione - il 22 settembre l'Italia scoprirà se è fuori dalla lista dei "cattivi"- una possibilità concreta che si tradurrebbe in maggiore autonomia di bilancio, con un risparmio e recuperi complessivi stimati in circa 6,4 miliardi di euro. E che consentirebbe a Meloni e ai suoi una manovra meno austera del passato, magari con qualche coniglio elettorale da tirare fuori dal cilindro. Intanto ieri, dal meeting di Rimini, il vice di Matteo Salvini, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, è tornato a cavalcare la battaglia del Carroccio sull'età pensionabile. «Come Lega - ha rimarcato - stiamo studiando la possibilità di inserire nella manovra una flessibilità in uscita che consenta, nella piena libertà di scelta dei lavoratori, di andare in pensione a 64 anni». Un deja-vu. Ma con le elezioni alle porte, magari questa, chissà, potrebbe essere la volta buona.
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