Roma, 30 settembre 2026 – “Il diritto alla vita non è negoziabile. L’Italia e l’Unione Europea avrebbero dovuto fare molto di più”. È netto il giudizio di Elena Sciso, docente di Diritto Internazionale della Luiss, sulle responsabilità politiche legate al caso Regeni.
Sciso, la condanna dei tre agenti della National Security egiziana a 10 anni per sequestro non le basta? Avremmo dovuto fare di più?
“Ci si può ritenere soddisfatti, condividendo la posizione dei genitori di Giulio Regeni e del pubblico ministero. Anche se la Corte non ha accolto tutte le richieste della Procura, rigettando le accuse di tortura e omicidio per difetto di prova. Ha però accertato il sequestro e il legame diretto tra gli imputati e il governo egiziano.
Il ministro Tajani ha però parlato di singoli individui, non di uomini dello Stato.
“A mio parere non è così: si tratta di funzionari della National Security che hanno agito nell’esercizio delle loro funzioni”.

L'avvocato di Regeni con i genitori e la sorella di Giulio
Ora, in ogni caso, l’obiettivo è l’estradizione. Cosa può fare l’Italia per ottenerla?
“Sul piano giudiziario non esistono trattati di estradizione con l’Egitto. L’unico strumento applicabile sarebbe stata la Convenzione Onu contro la tortura del 1984, ma non essendosi accertato tale reato la convenzione non è utilizzabile per chiedere la consegna dei condannati”.
Sul piano diplomatico, invece?
“Vi sarebbe un ventaglio di opzioni di pressione, che tuttavia, dopo le parole del ministro Tajani, il nostro governo non sembra intenzionato a percorrere”.
Ma perché, secondo lei, sono cadute le accuse più gravi di tortura e omicidio?
“Occorrerà leggere le motivazioni. La Procura aveva individuato l’esecutore materiale dell’omicidio in uno dei tre condannati. Allo stato della verità processuale, Giulio Regeni è vittima di un governo che del resto è stato più volte denunciato dagli organi competenti delle Nazioni Unite. È stato accertato come tortura e omicidio siano pratiche usuali nelle carceri egiziane”.
La giustizia italiana avrebbe potuto fare di più?
“La magistratura ha fatto il suo dovere fino in fondo, sostenuta dal concorso fondamentale della Corte Costituzionale. Ricordo che il processo era bloccato perché le nostre norme consentono il giudizio in assenza solo se l’imputato ha ricevuto notifica. Nel 2023 la Consulta ha dichiarato incostituzionale tale limite visto che l’irreperibilità, in questo caso, deriva dalla mancata collaborazione dello Stato estero”.
Su questo aspetto si sarebbe potuto fare ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia?
“Certamente. La Convenzione contro la tortura consente di ricorrere alla Corte de L’Aia per la mancata collaborazione dell’Egitto, la cui Procura è emanazione dell’esecutivo. L’Italia però ha sempre negato questa mancata collaborazione. Al contrario, abbiamo continuato a vendere armi al Cairo, violando la nostra legge nazionale e il Trattato sul commercio delle armi, visto che è stato accertato che vengono utilizzate nell’ambito di violazioni dei diritti umani. Una scelta perpetrata da tutti i governi italiani, dal 2016 a oggi”.
Alcuni direbbero che ha prevalso la realpolitik…
“L’Egitto è un partner importante per Italia ed Europa. Ma Regeni era anche cittadino europeo e l’Ue avrebbe dovuto agire con maggior forza. La ragione di Stato può sacrificare alcuni diritti per motivi di politica estera, ma mai i diritti fondamentali come la vita e il divieto di tortura, che sono del tutto non negoziabili”.