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Quando gli italiani in Argentina inventavano una nuova lingua


emigranti italiani

Chi parte può lasciare la casa, il lavoro, gli affetti e quasi tutto ciò che possiede. C’è però qualcosa che mette inevitabilmente in valigia: la propria lingua.
È partito da questa idea il viaggio proposto mercoledì 17 settembre a Materia, lo spazio libero di VareseNews a Castronno, nell’incontro Chi emigrava dimenticava il proprio dialetto?. Protagonisti della serata Carlo Colli, conoscitore della storia e della cultura del territorio, e Sabatino Annecchiarico, docente di Storia e Cultura delle Americhe all’Università dell’Insubria e accademico dell’Academia Porteña del Lunfardo.

Un percorso che dal lessico castronnese ha attraversato l’Atlantico sulle navi cariche di emigranti per approdare nella Buenos Aires tra Ottocento e Novecento, dove l’incontro tra italiani provenienti da regioni diverse e persone arrivate da mezzo mondo produsse un laboratorio linguistico straordinario (foto di apertura: “Gli emigranti”, Angelo Tommasi, 1896).

Il dialetto cambia insieme al mondo che racconta

Il punto di partenza è stato Castronno. Carlo Colli – cultore del dialetto locale – ha ricordato come una lingua non nasca improvvisamente, ma sia il risultato di trasformazioni e contaminazioni continue.
«Le lingue nascono da lingue precedenti che evolvono o degenerano: non c’è mai un inizio improvviso di una lingua, c’è sempre qualcosa prima che poi cambia».

Vale per le grandi lingue e vale ancora di più per i dialetti. Il loro lessico conserva infatti le tracce materiali del mondo nel quale sono nati. Colli ha fatto l’esempio di un’espressione castronnese legata al lavoro nei campi: «Tira su la furca che andiamo a girare il feno». Una frase perfettamente comprensibile quando il fieno veniva girato a mano con la forca, molto meno familiare alle generazioni cresciute nell’epoca delle macchine agricole.

«I dialetti evolvono in modo molto lento, con processi di anni e generazioni che cambiano il modo di vivere e con esso quello di parlare, anche attraverso contaminazioni e ibridazioni», ha spiegato Colli. E anche il castronnese di oggi non è più quello di un secolo fa: «Il nostro non è il dialetto dei nostri nonni, perché è già qualcosa di diverso».

Un concetto che Annecchiarico ha allargato alla storia delle lingue: «Non c’è una lingua pura, una lingua zero, una lingua che nasce da lì. C’è sempre questo passaggio». È proprio dall’incontro, a volte forzato, fra persone che non riescono a capirsi che possono nascere nuove parole e nuovi modi di parlare.

Emigrare significa portare con sé la propria lingua

Il secondo passaggio della serata ha spostato lo sguardo dai paesi del Varesotto ai grandi porti dell’emigrazione italiana. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento milioni di persone lasciarono l’Italia, anche dal Varesotto. Moltissimi raggiunsero l’Argentina e Buenos Aires. Partivano da Genova, Napoli, Livorno e Trieste dopo viaggi che potevano essere già lunghi e difficili prima ancora di salire sulla nave.

dialetto argentina

Ma nel bagaglio dell’emigrante, ha sottolineato Annecchiarico, c’era qualcosa di impossibile da abbandonare. «Chi emigra può lasciare tutto a casa: i beni, la casa, i parenti, tutto. Però c’è una cosa che, anche volendo, non può lasciare mai: la propria cultura e, intrinseca con essa, la lingua».

Non era necessariamente l’italiano. Chi lasciava Castronno portava il castronnese, chi partiva dalla Calabria il proprio dialetto, chi arrivava da Genova il genovese e così via.
Il momento della partenza diventava così una cesura radicale. Annecchiarico ha richiamato durante la serata Sull’Oceano di Edmondo De Amicis, nato dall’esperienza del viaggio compiuto dallo scrittore verso l’Argentina nel 1884. Davanti alla massa di persone che saliva sul piroscafo, De Amicis descrisse quell’imbarco con un’immagine sintetizzata durante l’incontro in due parole: «imbarcava miseria».

«Chi partiva sapeva con molta certezza che quasi sicuramente non sarebbe tornato più. Ed era ignoto anche il posto dove doveva andare», ha ricordato Annecchiarico.

Sulle navi nasce una Babele: capirsi diventa una necessità

Il viaggio attraverso l’Atlantico rappresentava però qualcosa di più di uno spostamento geografico. Le navi diventarono un gigantesco laboratorio linguistico.

Nelle stive e negli spazi comuni si incontravano lombardi, liguri, veneti, piemontesi, toscani, napoletani, siciliani e calabresi. Persone che formalmente appartenevano allo stesso Paese ma che spesso non possedevano una lingua comune sufficiente per comprendersi.

«Quelli che si imbarcavano dovevano per forza capirsi tra di loro», ha spiegato Annecchiarico.

Colli ha sottolineato la differenza rispetto alla lenta trasformazione di un dialetto locale: «I dialetti nuovi che nascevano sulle navi dei migranti erano obbligati e ristretti nel luogo e nei tempi della navigazione: erano una necessità di comunicare tra persone provenienti dalle parti più svariate d’Italia».

Attraverso alcuni brani di De Amicis, Colli ha fatto risuonare a Materia quella nave: parole lombarde e venete, italiano, francese, latino delle preghiere, richiami dei marinai e frammenti di dialetti differenti.

Annecchiarico l’ha definita «una sinfonia di suoni di tante lingue in viaggio, una Babele di oralità in movimento, un festoso caos lessicale dove tutti erano protagonisti». Era un’anticipazione di ciò che gli emigranti avrebbero incontrato una volta scesi dalla nave.

A Buenos Aires nasce il cocoliche

All’arrivo in Argentina la Babele diventava ancora più grande. Buenos Aires tra Otto e Novecento era attraversata da una fortissima immigrazione internazionale, nella quale la componente italiana aveva un peso enorme. Ma gli italiani che arrivavano non parlavano tutti la stessa lingua.

Da quell’incontro nacque uno dei fenomeni al centro della serata: il cocoliche, la parlata sviluppatasi dall’intreccio tra i dialetti italiani e lo spagnolo rioplatense.

«Un calabrese e un milanese si inventano una parola terza, che non è né calabrese né milanese, però in quel momento entrambi hanno capito di cosa stavano parlando. Fuori da quel contesto quella parola è solo un accumulo di consonanti e vocali; lì, invece, ha un significato», ha spiegato Annecchiarico.

Il cocoliche non era quindi una lingua codificata. Cambiava a seconda della provenienza di chi parlava e poteva modificarsi anche nel corso della vita della stessa persona.

«Un calabrese, un napoletano e un genovese che si trovano in Argentina creano tre cocoliche diversi», ha sottolineato Annecchiarico.
Quella parlata entrò presto nella cultura popolare argentina: nel teatro, nella letteratura, nel tango e nel linguaggio quotidiano. Dall’immigrazione italiana arrivarono parole che finirono nel lunfardo, il lessico popolare di Buenos Aires destinato a lasciare un’impronta profondissima soprattutto nella lingua del tango.

La lingua come casa: «Quando vai là, dalle un abbraccio alla mia terra»

Il viaggio della serata si è infine spostato dal fenomeno storico alle storie personali.

Colli ha raccontato vicende di emigranti partiti dal territorio varesino e di famiglie sospese tra due continenti. Come quella di Mariella Monaco, legata a Graglio, in Val Veddasca: suo padre Pietro, nato in Argentina e cresciuto in Italia, tornò nel Paese sudamericano nel secondo dopoguerra. La famiglia riuscì a costruirsi una casa e una nuova posizione attraverso il lavoro, prima di rientrare nuovamente in Italia.

«Il papà aveva studiato lì e quindi era bilingue. Mariella parlava solo spagnolo, ma arrivata in Italia, dovendo andare a scuola, ha iniziato a parlare italiano», ha raccontato Colli.

Ancora più potente è la testimonianza raccolta nel 2011 da Annecchiarico tra gli italiani emigrati nel secondo dopoguerra. Gabriele Mingarelli, marchigiano arrivato in Argentina nel 1956, raccontava di essere tornato nel suo paese nel 1991 e di essersi accorto che i giovani non comprendevano più il dialetto che lui aveva conservato oltreoceano.

dialetto argentina

«Quando tornai nel ’91 non mi intendevano perché io parlavo il dialetto. I giovani del dialetto non volevano sapere niente», ricordava Mingarelli.

Il paradosso dell’emigrazione emerge proprio qui: mentre la lingua cambia nel paese d’origine, può rimanere congelata per decenni nella memoria di chi è partito. E alla fine dell’intervista Mingarelli affidò ad Annecchiarico una richiesta semplicissima: «Quando vai là, dalle un abbraccio alla mia terra».

Le parole conservano ciò che siamo stati

È forse questa la risposta più efficace alla domanda posta dal titolo della serata: chi emigrava dimenticava davvero il proprio dialetto?

Più che scomparire, le parole viaggiavano. Si mescolavano, cambiavano pronuncia, incontravano altre lingue e producevano qualcosa di nuovo. A Buenos Aires quelle contaminazioni hanno lasciato tracce nel tango, nella letteratura, nel giornalismo e persino nel modo di parlare della città.

Ma dietro la linguistica rimane una questione più profonda: l’identità.

«La lingua è un fatto culturale per eccellenza, quindi tutto passa da una questione linguistica», ha concluso Annecchiarico. Perdere una parola non significa soltanto avere una parola in meno: può significare perdere anche un modo di descrivere e pensare il mondo.

Da Castronno a Buenos Aires, passando per le stive dei piroscafi, la storia raccontata a Materia è stata così quella di uomini e donne costretti a inventarsi una nuova vita e, qualche volta, persino una nuova lingua. Senza riuscire mai davvero a lasciare a casa quella con cui erano partiti.