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Pubblicato il 16 Agosto 2026 ore 05:28
4 minuti
C’era una volta un mondo in cui le corse erano cosa da adulti sudati, con le mani nere di grasso e lo sguardo fisso sul cronometro. Erano i tempi di Ecclestone che diceva “Non me ne frega niente dei giovani, preferisco i vecchi pieni di soldi che guardano la Tv”. Poi è arrivata Liberty Media, il colosso Usa dell’intrattenimento e tutto è cambiato. Fino alla partnership con la Disney, e tutto si è fatto magico. O, per dirla con il linguaggio “moderno”, che ormai è l’unico davvero globale, tutto si è fatto Fuel the Magic.
La notizia è di quelle che non fanno notizia, e proprio per questo fa paura: Disney e Formula 1 hanno deciso di restare insieme fino al 2028. Non bastava Mickey & Friends a fare bella figura sui gadget e sulle foto-esperienza. Adesso entra in pista anche Cars, il cartone di Pixar che ha insegnato a intere generazioni che le automobili hanno occhi, personalità e, soprattutto, un passato sentimentale. Debutto ufficiale a Monza, naturalmente. Perché se c’è un posto al mondo dove un’auto antropomorfa può sentirsi a casa, è proprio lì, tra i pini e le curve che un tempo erano sacre e oggi sono “contenuti”.
I dirigenti parlano di “narrazione”, di “comunità di fan che condividono lo stesso amore per la velocità, lo spettacolo e l’emozione”. È una frase bellissima, se non fosse che dietro c’è la solita, implacabile logica del merchandising. Il bambino che da piccolo ha amato Saetta McQueen è diventato un adulto che compra il biglietto per il Gran Premio e, mentre aspetta il semaforo, si fa scattare la foto con il cappello ufficiale Disney x F1. Nostalgia autentica, dicono. Autentica quanto un souvenir prodotto in serie. Tipo le calamite con il Colosseo di finto marmo o la gondola laccata.
Non c’è nulla di scandaloso, s’intende. Il capitalismo avanzato ha da tempo scoperto che i confini tra sport, infanzia e shopping sono una superstizione da lasciarsi alle spalle. La Formula 1, che un tempo vendeva adrenalina e pericolo (se potete guardatevi questa meravigliosa intervista a Gianni Bulgari che spiega benissimo l’anima di questo sport “fra il romantico e il tragico”), oggi vende magia. La Disney, che un tempo vendeva magia, oggi vende velocità. Insieme riescono a vendere entrambe le cose allo stesso pubblico, e magari pure a quello dei nonni, che ricordano quando le macchine non parlavano ma andavano lo stesso fortissimo.
Il bello, o il terribile, è che funziona. Funziona perché siamo tutti un po’ stanchi di tenere separate le età della vita. Preferiamo che Topolino e Saetta McQueen ci accompagnino fino al muretto dei box, così non dobbiamo più decidere se siamo ancora bambini o se siamo già diventati clienti. E Monza, a settembre, sarà il teatro di questa piccola, luccicante resa.
Alla fine, la vera domanda non è “che ci fa la Disney in Formula 1?” La vera domanda è: che ci facciamo noi, ancora, a far finta che sia solo una collaborazione commerciale e non il ritratto esatto del tempo in cui viviamo?