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Com’è Bunker, il film di Florian Zeller in concorso a Venezia 83


Paranoia, diseguaglianze economiche sempre più evidenti, ansia sociale, responsabilità genitoriale nell’epoca della pervasività tecnologica, survivalismo e incomunicabilità coniugale. Bunker, terzo lungometraggio di Florian Zeller, presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sembra volersi assumere il compito di attraversare, in poco più di due ore, quasi tutti i grandi dilemmi etici che contraddistinguono il presente. A innescarli è la scelta dell’architetto Miguel (Javier Bardem) di accettare un incarico deontologicamente controverso: progettare per un magnate della tecnologia un rifugio segreto la cui stessa ragion d’essere presuppone che il resto del mondo venga lasciato al proprio destino, trasformandolo inevitabilmente nell’emblema di una sopravvivenza riservata a pochi.

Un bivio professionale che, dopo diciassette anni di matrimonio, invade persino l’oasi finora apparentemente sicura della famiglia, incrinando il rapporto con la moglie Sofia (Penélope Cruz) e trasformando l’ambiente domestico nel teatro di una resa dei conti dal sapore insieme sentimentale e morale. Zeller mette in scena questo progressivo assedio psicologico attraverso un’estetica blindatissima, pienamente riconducibile alla firma stilistica di un regista già noto per la gestione geometrica degli spazi e, in questo caso, impreziosita dalle credibili interpretazioni dei protagonisti, non a caso coppia dentro e fuori lo schermo.

Al contempo, nel tentativo di concentrare in un unico dispositivo narrativo ogni nervo scoperto della società contemporanea, Zeller esplicita fin dall’inizio simboli e implicazioni morali, disponendoli con una precisione programmatica dentro ambienti resi visivamente impeccabili dalla fotografia di Ben Smithard e dalla scenografia di Alain Bainée.

La trama: la fine del mondo discussa su Zoom, una famiglia si sfalda

Dopo diciassette anni di matrimonio e due figlie, la maggiore delle quali sembra ormai capace di rapportarsi al mondo soltanto attraverso lo schermo del telefono, l'equilibrio di una coppia comincia a incrinarsi quando Miguel, architetto affermato, accetta di progettare un bunker extralusso per Andrew (Paul Dano), un miliardario con il quale discute della possibile fine del mondo - mai mediazione fu più attuale - tramite le asettiche videochiamate su Zoom. Quella che inizialmente appare come un’occasione professionale irrinunciabile rivela però presto le implicazioni di un compromesso in realtà profondo e controverso. Sofia, più che interrogare le ragioni del marito, è infatti costretta a ripensare l’intero sistema di valori sul quale credeva fosse fondata la loro vita comune, fino a non riconoscere più l’uomo che ha accanto, mentre il legame instaurato con uno scrittore americano (Patrick Schwarzenegger) introduce nel matrimonio un ulteriore elemento di destabilizzazione, più ambiguo di una convenzionale storia d’infedeltà.

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© Blue Morning Pictures – Mod Producciones – Pathé Films / Courtesy Area stampa Mostra di Venezia

Quasi interamente ambientato nella moderna casa londinese della famiglia, Bunker trasforma lo spazio abitativo in un palcoscenico teatrale, protettivo e permeabile. Pareti di vetro, divisori, scale e trasparenze moltiplicano i punti di osservazione, facendo dello spettatore un voyeur che quasi spia i personaggi mentre questi, pur condividendo gli stessi ambienti, sembrano invece progressivamente isolarsi gli uni dagli altri. Un’architettura dai colori primari, curata ai limiti dell’inquietante, in cui Miguel comincia a sentirsi sorvegliato, leggendo ogni movimento del vicino di casa, interpretato da Stephen Graham, come una possibile minaccia e scivolando in una paranoia che si trasforma nello specchio deformante di una società ossessionata dall’eventualità del collasso. Il bunker, ancora prima di essere costruito, finisce così per esistere nella distanza crescente che separa le individualità di uno stesso nucleo familiare.

Un’esperienza visiva labirintica che fatica a trovare una via d’uscita

Nell’eleganza algida degli interni e nella maniera in cui ogni dettaglio concorre alla composizione di un quadro perfetto, Bunker sembra talvolta ricordare Animali notturni di Tom Ford, condividendone quella bellezza patinata che trasforma il benessere materiale nella cornice di un’inquietudine più profonda. Un’impressione alla quale contribuiscono anche i costumi di Sonia Grande, abili nell’inscrivere un'apparente sicurezza nell’identità di Sofia attraverso vestiti dai cromatismi accesi, completati da gioielli e accessori misurati.

Ogni elemento, dunque, dall’architettura agli abiti fino alla disposizione dei corpi nell’inquadratura, concorre a rendere immediatamente decifrabile la prigionia psicologica dei personaggi. Se le pareti trasparenti non producono vicinanza, gli ambienti comunicanti vengono abitati come compartimenti stagni e le linee degli interni sembrano circoscrivere ogni tentativo di contatto prima ancora che lo stesso possa compiersi. Molto credibile la distanza emotiva tra Miguel e Sofia, sia per la misura con cui Bardem e Cruz ne restituiscono l’erosione, fatta più di esitazioni che di aperta ostilità, sia per quella complicità preesistente che permette loro di lasciare intravedere, al di sotto del conflitto, l’intimità sedimentata di una lunga relazione. Zeller conferma la consueta precisione nella composizione dell’inquadratura e nel trattamento funzionale dello spazio (orchestrando entrate, uscite, distanze e sovrapposizioni secondo un’impostazione che conserva chiaramente la matrice teatrale della sua scrittura).

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Appassionata di nuovi e vecchi media e studiosa in via d’evoluzione dei servizi multimediali over-the-top, scrivo principalmente di grande e piccolo schermo e sostenibilità ambientale. 

Dopo aver mosso i primi passi come PR Consultant per Prime Video, sono passata dall’altra parte del “palco”, abbracciando il mondo del giornalismo. Ho scritto, tra gli altri, di cinema per Sky TG24, di innovazione per Innovando News e di attualità per il Corriere del Trentino, per poi approdare nel mondo di Hearst. 

Nella mia vita ideale The Office è in loop, sono circondata da animali e le Dolomiti fanno da sfondo. Anagraficamente Gen Z, sono Millennial nella vita di tutti i giorni: eternamente nostalgica, fingo di saper usare TikTok, ma non ho mai abbandonato le agende cartacee.