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Com'è cambiato il soccorso alpino


Negli ultimi anni chi si occupa di operazioni di soccorso in montagna ha assistito ad alcuni cambiamenti, che hanno a che fare con le nuove tecnologie a disposizione, con le persone che ora frequentano più abitualmente la montagna, e con la montagna stessa. Sebbene il requisito di base per i soccorritori sia sempre avere un ottimo livello alpinistico, questi e altri elementi hanno in parte modificato il modo di condurre i soccorsi e le situazioni che i soccorritori si trovano ad affrontare.

In Italia buona parte degli interventi di soccorso in montagna è svolta dai volontari del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (CNSAS), una sezione del Club Alpino Italiano (CAI), che sono circa settemila in tutta Italia. Altri sono invece compiuti dagli appositi corpi della Guardia di Finanza, dall’Esercito o dai Vigili del Fuoco. Si occupano di aiutare chi si fa male in luoghi impervi (non necessariamente in alta quota) e non riesce più a tornare a valle da solo, o chi si trova in difficoltà per via di condizioni atmosferiche che ne mettono in pericolo la vita, o ancora di cercare persone disperse.

Per entrare nel CNSAS bisogna avere tra i 18 e i 45 anni e superare una serie di prove di ammissione, che valutano la preparazione tecnica e alpinistica. La candidatura va presentata al capo della stazione del territorio in cui si desidera operare (ce ne sono 270): deve contenere un curriculum delle attività alpinistiche svolte negli ultimi anni e un certificato medico. Se si viene accettati, si ottiene la qualifica di “aspirante” soccorritore e a quel punto inizia un periodo di affiancamento e preparazione che può durare da uno a tre anni.

Alex Barattin, che fa parte della direzione nazionale del CNSAS, dice che è fondamentale possedere già un ottimo livello alpinistico. Per questo vengono subito testate le capacità tecniche dei candidati, che prima di iniziare il percorso formativo sul soccorso in montagna devono superare delle prove di arrampicata su roccia, orientamento e movimento in quota, ma anche di tecniche di salita e discesa per lo scialpinismo e di progressione su ghiaccio. «Non bisogna essere dei fenomeni, ma bisogna dimostrare di sapersi districare in tutti i tipi di ambiente, sia in estate che in inverno», dice Barattin.

Solo una volta superati questi esami, si seguono corsi in cui vengono insegnate le tecniche per il recupero degli infortunati e le basi sanitarie specifiche per la gestione dei traumi.

Barattin dice che questo percorso di formazione di base è uguale in tutta Italia, in modo che soccorritori di regioni diverse siano in grado di cooperare immediatamente su uno stesso intervento senza intoppi. «È un modo di fare codificato ormai da più di vent’anni, mentre prima non c’erano tutte queste prove d’accesso e si entrava nel soccorso alpino fondamentalmente rivolgendosi ai membri di una stazione», dice.

Ogni stazione deve garantire una disponibilità di 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno. Questo non vuol dire che tutti i componenti debbano essere sempre a disposizione, ma che ogni stazione deve garantire la reperibilità costante di almeno un gruppo. Ci si organizza con i turni (ci sono leggi che permettono ai soccorritori alpini di astenersi dal lavoro quando sono coinvolti in operazioni di soccorso, se non lavorano in ospedale o nelle forze dell’ordine).

Alessio Avallone coordina la stazione del CNSAS in Valtrompia, in provincia di Brescia. Dice che quando arriva una chiamata dalla centrale operativa per una richiesta di soccorso lui e i suoi colleghi si organizzano ogni volta su un’applicazione apposita, o direttamente su un gruppo WhatsApp: «Scrivo subito le informazioni della richiesta di intervento, così organizzo la squadra a seconda delle disponibilità. Ogni gruppo deve partire entro 20 minuti dalla chiamata».

Avallone fa parte del CNSAS da quando aveva 18 anni (ora ne ha 38) e dice che negli ultimi tempi è in parte cambiata la tipologia di persone che chiama per essere soccorsa. Secondo la sua esperienza, tempo fa c’erano meno richieste di intervento ma erano più complesse da un punto di vista tecnico. A chiamare erano tendenzialmente alpinisti o comunque persone abituate alla montagna. Oggi nella sua stazione il numero delle chiamate è aumentato parecchio, ma molte riguardano problemi poco gravi, come slogature di caviglie in zone non pericolose o cadute dalla bici durante le discese in zone collinari.

Alla squadra di Avallone succede di soccorrere molte persone non preparate all’ambiente e poco o per nulla consapevoli di quello che troveranno. «Ci è successo in inverno di andare a recuperare un gruppo di ragazzi che erano saliti al Bivacco Grazzini, a 2.020 metri di altitudine, con i doposcì e borsoni da viaggio invece che con zaini e ramponi. Erano riusciti a salire perché di giorno la neve era morbida, ma poi nella notte era ghiacciata e non sapevano più come scendere». Non è solo la sua esperienza: anche i dati del CNSAS sui soccorsi nel 2025 confermano che tra le maggiori cause degli incidenti ci sono una scarsa preparazione tecnica e una sottovalutazione dei rischi.

Situazioni simili le hanno viste anche Barattin, che opera in Veneto, e Massimiliano Giovannini, che è comandante della stazione di soccorso alpino della Guardia di Finanza a Cervinia, in Valle d’Aosta. Giovannini coordina una squadra che interviene parecchio in alta quota – il monte Cervino lì sopra è alto poco meno di 4.500 metri – e dice che «dalla pandemia è aumentato moltissimo il numero di persone che frequentano la montagna senza essere attrezzate né preparate fisicamente. E quindi alla prima difficoltà logistica o cambiamento di meteo chiamano i soccorsi perché non sanno come muoversi».

Secondo Giovannini c’entra anche il fatto che gli impianti di risalita oggi permettono di raggiungere quote elevate a persone non esperte. Il problema è però che una volta usciti dalla cabinovia i turisti si trovano in un ambiente difficile e che non si aspettavano.

Soccorritori del Soccorso alpino valdostano e della Guardia di Finanza di Cervinia sul monte Breithorn Orientale per recuperare un alpinista spagnolo, 7 agosto 2026 (ANSA/Soccorso Alpino Valdostano)

A tutto questo si aggiunge anche il fatto che, sempre in alta quota, i percorsi sono diventati più complessi per via degli effetti del cambiamento climatico. «La montagna è cambiata tantissimo. Ci sono crepacci e c’è meno copertura nevosa sui ghiacciai, quindi sui pendii in alta quota è più difficile muoversi», dice Giovannini. «Può capitare che per percorrere un tragitto sul ghiacciaio in teoria lungo un chilometro, ora tu debba farne due perché sei costretto a uno zig zag continuo per evitare i punti pericolosi».

Al contempo negli ultimi anni sono state introdotte varie novità che hanno facilitato gli interventi dei soccorritori. Avallone e Giovannini citano per esempio il fatto che ora gli elicotteri sono operativi anche di notte, il che riduce drasticamente i tempi di un intervento se le condizioni meteorologiche lo permettono. Ci sono poi vari sistemi che forniscono la posizione esatta di una persona che chiama i soccorsi: tra gli altri, l’app GeoResQ sviluppata dal CNSAS in collaborazione con il CAI e il ministero del Turismo, che anche in zone con connessione dati limitata – purché presente – permette di inoltrare richieste di soccorso che includono in automatico la geolocalizzazione del dispositivo.

In più sono aumentate le tecnologie a disposizione dei soccorritori. Barattin dice che l’uso dei droni è diventato sempre più diffuso per cercare i dispersi attraverso le termocamere (telecamere che rilevano fonti di calore, tra cui corpi umani) ma anche per perlustrare in anticipo aree pericolose, come i canaloni, prima che i soccorritori vi si inseriscano esponendosi a potenziali pericoli.

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