Come si smantella una “democrazia illiberale”: il caso ungherese
Il presidente ungherese Tamas Sulyok, stretto alleato dell'ex premier Viktor Orban, ha dichiarato che firmerà un emendamento costituzionale appena approvato che porrà fine al suo stesso mandato come capo di Stato. È una firma che rappresenta molto più della conclusione di una vicenda istituzionale: offre un caso di scuola su come si possa smontare, pezzo per pezzo, un impianto istituzionale costruito per anni al servizio di un progetto politico esplicitamente antiliberale.
Le dimissioni di Sulyok non sono un dettaglio: è la chiusura, almeno simbolica, di un ciclo che Viktor Orbán aveva teorizzato con grande chiarezza fin dal celebre discorso di Băile Tușnad del luglio 2014, quando affermò che l'Ungheria avrebbe costruito "uno Stato deliberatamente illiberale, uno Stato non liberale" poiché uno Stato può restare una democrazia anche senza essere liberale.
Nel 2018, nello stesso luogo, il premier ungherese propose la "democrazia cristiana illiberale" come alternativa esplicita alla democrazia liberale, sostenendo che concetti come l'apertura all'immigrazione o i modelli di famiglia adattabili fossero incompatibili con la sua visione. Una teorizzazione, dunque, non un'improvvisazione: Orbán ha costruito nel tempo un vero e proprio modello alternativo, esportato poi come riferimento per altre destre europee.
Il governo di Péter Magyar, succeduto a Orbán dopo la vittoria elettorale schiacciante dell'aprile scorso, sta ora smantellando quell'architettura seguendo una logica precisa e per certi versi speculare: usare gli strumenti della maggioranza parlamentare per rimuovere uno per uno i nodi di potere lasciati in eredità dal regime precedente.
La Tisza dispone dei due terzi dei seggi: una maggioranza costituzionale che consente all'esecutivo di modificare la Carta fondamentale senza il consenso delle opposizioni, replicando sul piano procedurale gli strumenti utilizzati per anni da Fidesz.
La rimozione di Sulyok, presidente nominato nel 2024 dai deputati di Fidesz e definito da Magyar "il burattino" di Orbán, è avvenuta tramite un emendamento costituzionale motivato dalla "grave perdita di fiducia" della società nei suoi confronti, e non tramite una procedura di impeachment ordinaria. Lo stesso Sulyok ha firmato la legge pur denunciandola come un vulnus allo Stato di diritto, definendola "un precedente negativo" per la separazione dei poteri.
Il pacchetto di riforme approvato va però ben oltre la singola destituzione: introduce un tetto di dodici anni al mandato dei parlamentari, fissa un'età pensionabile obbligatoria di settant'anni per i giudici costituzionali, misura che costringerà alle dimissioni Péter Polt, presidente della Corte e fedelissimo di Orbán, restituisce alla Corte costituzionale il potere di rivedere le leggi di bilancio e istituisce un nuovo ufficio per il recupero dei beni pubblici sottratti durante il precedente governo.
Sono, nell'insieme, interventi mirati a colpire simultaneamente tre pilastri tipici delle democrazie illiberali: la magistratura addomesticata, l'informazione pubblica asservita (già sospesa la televisione pubblica, definita da Magyar "una fabbrica di propaganda") e gli apparati di controllo sul dissenso, come il soppresso Ufficio per la protezione della sovranità.
Resta però un nodo teorico non trascurabile, che la stessa opposizione di Fidesz e diversi osservatori indipendenti, inclusa Human Rights Watch, secondo cui il rimaneggiamento "ricorda l'era Fidesz", hanno sollevato: smantellare un ordinamento illiberale attraverso strumenti di maggioranza assoluta, bypassando le procedure di garanzia previste per le più alte cariche dello Stato, rischia di riprodurre proprio la logica maggioritaria e accentratrice che si intende superare.
Orbán stesso, con un certo opportunismo polemico, ha parlato di "tirannia" ormai realtà, sostenendo che se questo può accadere al presidente, "domani nessuno sarà più al sicuro".
È un'obiezione retoricamente comprensibile ma storicamente rovesciata, dal momento che proviene da chi per sedici anni ha eroso sistematicamente pesi e contrappesi; resta tuttavia un interrogativo legittimo sulla sostenibilità democratica di un processo di normalizzazione condotto interamente per via emendativa, senza un passaggio costituente più ampio e condiviso.