La scure della repressione si abbatte a tutto campo sugli oppositori in Russia, dove un tribunale ha condannato a 11 anni di carcere Lev Shlosberg, vicepresidente del partito pacifista di opposizione Yabloko, già escluso dalle prossime elezioni parlamentari di settembre. Il 63enne, tra i pochissimi oppositori del Cremlino rimasti in Russia, paga così la scelta di schierarsi apertamente contro l'invasione dell'Ucraina.
A condannare Shlosberg è stato il tribunale di Pskov, nella Russia nord-occidentale, giudicando il vicepresidente di Yabloko colpevole di "azioni pubbliche volte a screditare l'uso delle Forze Armate della Federazione Russa", annunciando una pena di 11 anni e 1 mese di reclusione. "Mi dispiace per lei, Vostro Onore, dovrà conviverci", la replica di Shlosberg al giudice in aula. I leader di Yabloko, Nikolay Rybakov e Grigory Yavlinsky, hanno definito la sentenza "la tragedia della disgregazione della giustizia russa moderna", promettendo battaglia con tutti i mezzi legali. Mentre Amnesty International ha parlato di "una palese rappresaglia per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione e aver chiesto la pace".
Shlosberg è infatti da lungo tempo un acerrimo oppositore di Vladimir Putin, denunciando le azioni di Mosca in Ucraina sin dalla guerra del Donbass e l'annessione della Crimea nel 2014.
Il politico di opposizione ha poi ripetutamente chiesto un cessate il fuoco in Ucraina ed è stato incriminato per la sua partecipazione a un dibattito online sulla guerra, nonché per aver condiviso articoli critici al riguardo. Il suo partito Yabloko è stato escluso la scorsa settimana dalle elezioni legislative in programma il mese prossimo per decisione della Corte suprema, che lunedì ha confermato la sentenza in appello.
Decine di suoi seguaci, radunatisi di fronte al tribunale in attesa della decisione sul ricorso, sono stati arrestati dalla polizia.
Con la sua condanna, Shlosberg è diventato l'ennesima vittima di un giro di vite contro il dissenso che dall'inizio della guerra non ha risparmiato la gente comune e ha colpito duramente politici, giornalisti, artisti ma anche economisti come Andrei Klepach, licenziato dalla seconda banca russa Veb dopo che i media russi avevano rilanciato un suo durissimo discorso tenuto a maggio davanti ad altri economisti. In quell'occasione, Klepach aveva denunciato che la Russia sta "rimanendo indietro" rispetto alla Cina e agli Stati Uniti sul piano economico. E aveva bollato come infondate le aspettative di un imminente collasso economico ucraino: "Ci illudiamo che tutto crollerà lì.
Non è crollato e non crollerà, mentre i nostri costi stanno aumentando". Parole che secondo il quotidiano russo indipendente The Bell, che cita alcune fonti, avrebbero portato a un ordine diretto del Cremlino per il suo allontanamento dalla banca.
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