Pubblicato il: 25/09/2026 – 8:18
«I rincari colpiscono tutta Italia, ma non colpiscono tutti allo stesso modo. In una terra dove il lavoro non c’è, e quando c’è è nero, precario o sottopagato, ogni aumento pesa il doppio. Qui il pieno serve per andare a lavorare, per raggiungere un ospedale, per portare i figli a scuola, perché i servizi pubblici li hanno smantellati pezzo dopo pezzo. Qui le bollette arrivano in case dove entra un solo stipendio, quando va bene, e fare la spesa significa scegliere cosa togliere dal carrello». Lo afferma il Comitato La Base di Cosenza nell’annunciare una manifestazione contro il rincaro dei prezzi per l’1 ottobre in piazza XI Settembre. «Da decenni la Calabria viene trattata come un posto da cui andarsene: ospedali chiusi, treni che non passano, giovani costretti a partire.
I rincari rischiano di essere la pietra tombale per decine di migliaia di famiglie. Il costo della vita quotidiana è ormai l’unica spesa che prosciuga tutto il salario, mentre siamo costretti a fare economia persino sui chilometri da percorrere».

«Blocchiamo la spirale degli aumenti, prima che anche la vita quotidiana diventi insostenibile! Il carovita non è una fatalità, è il risultato di scelte politiche precise. Il governo Meloni, guerrafondaio, è colpevole di questa situazione, invece di tutelare salari, pensioni e servizi pubblici, sostiene la corsa al riarmo e le politiche di guerra e riarmo. E l’Unione Europea non è da meno, invece di investire per sostenere famiglie, lavoro e futuro dei giovani, destina miliardi di euro alla spesa militare, cioè a distruzione e morte. Mentre il Paese si impoverisce, qualcuno sta facendo profitti record sulla nostra pelle e sulla pelle di chi sta pagando con la vita le guerre dei potenti. Non ci basta sopravvivere: vogliamo poter vivere con dignità, felici, come ogni essere umano avrebbe diritto a fare. Se il governo non agisce, dobbiamo fermarci noi e bloccare il Paese. Ogni giorno di silenzio è un giorno in più che regaliamo a chi specula sulla nostra pelle. Non aspetteremo che sia troppo tardi».
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