La produzione di greggio in Medioriente non riparte, si assottigliano le scorte delle principali economie, si riduce la disponibilità di carburanti. Con il Brent stabilmente sopra i 90 euro e la benzina in Italia oltre i 2 euro, si intravede già la "tempesta perfetta" che rischia di abbattersi a breve sulle quotazioni del petrolio - rialzandole - e sulle forniture energetiche.
Con riflessi sull'economia globale, che finora i principali organismi hanno derubricato nella categoria degli scenari più catastrofici. Ad aprile, per esempio, il Fondo monetario internazionale aveva stimato che con un prolungamento della guerra e il crudo saldamente sopra i cento dollari, la crescita mondiale nel 2026 sarebbe calata dal 3 al 2 per cento, con un'inflazione vicina al 6 per cento. Facendo i conti in tasca alle famiglie italiane, aveva stimato extracosti superiori ai 2.200 euro per ciascuna.
Le cronache ci dicono che la corsa degli Stati Uniti e dell'Iran a intestarsi la territorialità di Hormuz non solo allontana la pace, ma rallenta ancora di più i passaggi di petroliere e gasiere nello Stretto. Quando va bene, ma succede di rado, le navi riescono fare uscire dal Golfo tra i 7 e i 9 milioni di barili di greggio al giorno. Neppure la metà rispetto ai volumi precedenti alla guerra. Senza contare il crollo nelle esportazioni di gas: nonostante l'impegno di Nord Africa o America, c'è ancora un gap di Gnl tra i 6 e gli 8 miliardi di metri cubi.
Dal Medioriente non arrivava soltanto metano e crudo, ma almeno 5 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati - benzina, diesel o jet fuel - che si aggiungono agli alti volumi che il sistema russo non può commercializzare dopo gli attacchi ucraini alle loro strutture. Parallelamente tutte le grandi potenze dovranno ricostruire le loro scorte di petrolio, utilizzate finora per provare a frenare i prezzi. Devono comprare, ma c'è meno disponibilità di greggio sul mercato. E se non bastasse ancora, come ha rilevato in un recente report Ing, fondi, hedge fund e altri investitori finanziari hanno virato verso posizioni rialziste sui futures sul Brent: in una settimana i contratti sono aumentati di 76.026 unità, con un backwardation superiore di almeno 7 dollari rispetto alle attuali quotazioni.
La domanda che tutti - governi, organismi internazionali, imprese e investitori - è quando il petrolio tornerà a sfondare il tetto dei 100 dollari al barile e fino a quando continuerà la sua corsa. La risposta di Davide Tabarelli, presidente di Nomisma e uno dei maggiori esperti del settore, è netta: «Dovremo chiederci, casomai, perché non siamo già a questi livelli. Chiaramente tutto dipende da come si evolverà lo scenario in Medioriente, ma rispetto ai mesi precedenti, quando si è attivata una speculazione al ribasso, non sono più presenti alcuni fattori che hanno calmierato le quotazioni: l'utilizzo delle scorte, la Cina che ha ridotto la sua produzione e quindi i consumi, l'offerta alimentata da Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile o qualcosa che si è comunque riuscito a far arrivare dal Golfo». Secondo Tabarelli, già alla fine dell'anno - quando in buona parte dell'emisfero occidentale farà più freddo - il Brent potrebbe essere a quota 120 dollari al barile. «E gli aumenti saranno inevitabilmente disordinati, frastagliati, perché il petrolio a 120 dollari potrebbe facilmente tradursi in un aumento dei prezzi dei carburanti di 20 o 30 centesimi».
Anche con una svolta nei colloqui di pace tra Usa e Iran, però, la crisi potrebbe non rientrare in tempi brevi. Non sarà veloce la ricostruzione delle strutture petrolifere in Medioriente, danneggiate dalla guerra. In ogni caso resterebbe da fronteggiare il crollo delle scorte delle principali economie di greggio come di raffinati. Citi ha stimato che soltanto gli accantonamenti di greggio sono calati tra febbraio e agosto di quest'anno di circa 519 milioni di barili. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia soltanto a luglio gli stock mondiali sono scesi di 69 milioni di barili, portandosi a meno di 7,9 miliardi di barili. Al di là della Cina - che però è il principale Paese energivoro - Stati Uniti e Giappone registrano un deficit di scorte di crudo pari a un terzo dei livelli precedenti alla guerra.
Su questo versante l'Europa ha numeri migliori, però dall'inizio del conflitto si è ritrovata senza mezzo milione di barili di raffinati al giorno. Tutti questi Paesi, in nome della sicurezza energetica, saranno costretti a comprare sempre più greggio rispetto alle medie del passato, infiammando ancora più le quotazioni e la tempesta perfetta che incombe sulla crescita mondiale.
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