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Se non è un cinematografico scambio di persona, il caso di Jonathan David suona come un’esemplare (e per la Juventus sinistra) storia di “ambiente tossico”. Un fantasma di giocatore nella sua stagione a Torino, un eroe da tre gol e un assist in quattro partite all’Atletico Madrid, compreso il derby con il Real sbloccato da una sua rete. Louis Openda, che ha iniziato in modo discreto al Lione (due gol e un assist), e Dusan Vlahovic, che sta conquistando Istanbul, sembrano gli altri due indizi che mancano per formare la prova. Il problema è, dunque, la Juventus? Affossatrice di talento e mangiatrice di bomber. E non solo, visto che pure Koopmeiners, strepitoso centrocampista nell’Atalanta di Gasperini, si è infilato in un tunnel infinito, non appena ha indossato la maglia della Juve. Eppure, un’analisi corretta e completa deve considerare anche gli strani casi di Nico Gonzalez e Douglas Luiz: primo anno a Torino disastroso, secondo in prestito e, al ritorno dell’Erasmus in Spagna e Inghilterra, sono diventati due giocatori importanti, se non proprio dei perni della nuova squadra di Spalletti. Inoltre, se la Juve fosse davvero un inferno, Kolo Muani non avrebbe fatto di tutto per tornarci e Yilidz per rimanerci.
Insomma, forse il problema è più complesso e generalizzare può essere un errore. Vanno considerati i singoli fattori. Il primo è quello delle figure apicali nel settore tecnico del club, ovvero direttore sportivo o generale e allenatore. Negli ultimi tre anni, la Juventus ha frullato tre dirigenze e cambiato quattro allenatori. Cambiamenti che hanno avuto ripercussioni anche al di sotto, visto che ognuno ha poi rimaneggiato il team dei propri collaboratori. Il tutto con una crescente pressione da parte di tifosi e proprietà affinché la Juve tornasse a vincere. Un giocatore, già sballottato dai cambi di allenatore, non ha neppure mai trovato un punto di riferimento in società e quella pressione l’ha travolto. Ogni storia è diversa: David e Openda hanno subito il brutale impatto legato a un cambio di livello; Douglas Luiz si è stato frenato da continui guai fisici; Nico si è perso nei vuoti di potere (quindi di disciplina) e in una mancanza di fiducia nei suoi confronti, che ha patito molto. Tutti, inoltre, non hanno potuto contare su un gruppo di leader solido e carismatico, che di solito facilita l’ambientamento.
L’assenza di leader e di giocatori di forte personalità nello spogliatoio ha reso più facile smarrirsi a chi, già di suo, era sbarcato a Torino senza esperienze in una grande squadra. In definitiva, la Juve di questi anni affossa il talento? No, perché altrimenti non sarebbero emersi Conceiçao o Yildiz, per dire. Piuttosto il problema è di tipo attitudinale o mentale: la Juve, in questo momento, è un posto per caratteri forti: chi non ne è dotato rischia di finire inghiottito nel lungo periodo di ricostruzione e nei suoi fallimenti. Al di là del valore tecnico dei giocatori, per rimettere in piedi una Juve degna del suo nome e della sua storia, la scelta dei giocatori deve concentrarsi sull’aspetto caratteriale: la ricostruzione di un gruppo nasce da lì e da una stabilità di panchina e società.
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