okayduckyachtclub.xyz

Da Gosaldo al Venezuela, il caso di Rina ora fa scuola: «Così diventiamo italiani. Siamo cresciuti ascoltando la nonna leggere lettere e cartoline»


BELLUNO - Ha fatto il giro del mondo la storica sentenza sulla vicenda di Rina Laveder, la bellunese che fra le due guerre lasciò Gosaldo per andare a cercare fortuna in Sudamerica. In controtendenza rispetto alla giurisprudenza passata, a fine luglio la Cassazione aveva riconosciuto che suo figlio Gustavo Alfredo Monasterios era venezuelano per suolo, ma anche italiano per sangue, con analogo effetto sulla sua famiglia.

Nei giorni scorsi la Cnn ha ripreso la notizia dando voce ai protagonisti del caso-pilota, che ora apre la strada ai discendenti di altri emigranti del Nordest. Un omaggio a quella bambina partita «dalle zone montuose delle Dolomiti, in Veneto», come ha ricordato all’emittente televisiva il nipote Gustavo Aurelio Monasterios Muñoz: «Siamo cresciuti ascoltando la lingua e mia nonna ci leggeva spesso le lettere e ci mostrava le cartoline che arrivavano dall’Italia».


L’IDENTITÀ

Nata nel 1923, Rina si era sposata con Pedro Josè Monasterios e nel 1946 aveva dato alla luce Gustavo Alfredo, dopodiché nel 1954 era stata naturalizzata. A quel tempo la normativa locale vietava la doppia cittadinanza: chi intendeva svolgere un’attività lavorativa, era obbligato a rinunciare alla propria condizione precedente. Dunque la donna era diventata venezuelana, smettendo di essere italiana. Ma solo per l’anagrafe, ha confidato il nipote Gustavo Aurelio: «Non ha mai perso la sua identità italiana; era come se vivesse ancora lì. Essere italiani era il messaggio principale che ci ha trasmesso. In Venezuela, una parte del tuo Dna è italiana». Nel 2001, in seguito alla morte della gosaldina Laveder, i suoi parenti sono tornati a scoprire le radici e lo stesso nipote ha intrapreso un master a Milano, «per avvicinarmi all’Italia e capire meglio le origini di mia nonna». 
Il percorso di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis da parte dei Monasterios è stato accidentato, anche perché i figli di donne italiane nati prima del 1° gennaio 1948 non potevano chiederlo per via amministrativa, ma solo in sede giudiziaria. «Soddisfacevo tutti i requisiti per essere italiano, ma mancava ancora quell’ultimo passaggio», ha sottolineato Gustavo Aurelio, facendosi interprete della battaglia combattuta da suo padre Guastavo Aurelio per i propri congiunti. L a svolta è maturata appunto con il verdetto della Suprema Corte, che ha accolto il ricorso patrocinato dagli avvocati Leo Piccininni e Monica Lis Restanio.


IL SOGNO

Un pronunciamento che, come ha raccontato sempre la Cnn, adesso incoraggia l’australiano Mitchell Bowden. Sua nonna Marisa Carpenetti era nata nel 1938 a Pola, che all’epoca faceva parte del Regno d’Italia, ma in seguito passò alla Jugoslavia. «Insieme a migliaia di italiani dell’Istria, lei e i suoi genitori tornarono a piedi in Italia, dove si sentirono dire: “Non vi vogliamo”. Di fatto, erano profughi», ha evidenziato il nipote, precisando che dopo la morte di suo padre, la piccola Marisa venne mandata in un orfanotrofio mentre la madre lavorava, finché la famiglia emigrò in Australia. «Si trasferirono alla ricerca del sogno australiano, di una vita migliore e di un modo per smettere di essere profughi», ha rimarcato Bowden, rimarcando che la donna sposò un altro italiano ed ebbe dei figli, ma quando ottenne la cittadinanza australiana, perse quella italiana. Ora l’uomo vuole permetterle di recuperarla, tanto da aver trovato il suo certificato di nascita grazie all’aiuto del genealogista Daniele Sedda: «Nonna considera l’Australia casa sua, ma si sente un’italiana. Diceva sempre: “So chi sono, ma do per scontato che tutti i documenti siano andati persi”. Quando ha aperto il pacco e ha visto tutti i documenti della sua vita passata, ha detto: “Non ne avevo bisogno, ma ora che li ho, mi commuovono”. È una parte fondamentale di chi siamo». Di recente Bowden ha visitato la tomba del suo bisnonno a Trieste: «Sto studiando l'italiano e cerco di insegnarlo ai miei figli. Mia nonna sta invecchiando e tende sempre più a passare dall’inglese alla sua lingua madre; perciò, con il passare degli anni, l’italiano sta diventando una parte ancora più importante delle nostre vite. Voglio che lei riacquisisca la sua identità e mi piacerebbe molto che i miei figli avessero l’opportunità di lavorare e vivere lì».

Come nel caso della veneta Rina, anche nella vicenda dell’istriana Marisa si è interrotta la trasmissione della cittadinanza ai discendenti. Ora però, grazie alla tenacia della famiglia Monasterios, quel sogno continua a vivere pure per i Bowden. «È una battaglia – ha concluso Gustavo Aurelio – che portiamo avanti da dieci anni. Ha comportato una mole enorme di pratiche burocratiche e un pesante onere economico; inoltre, l'incertezza sul futuro ha messo a dura prova anche la nostra salute mentale. Mi sono persino chiesto perché dovessi continuare, visto quanto mi stava costando. Ma ci siamo detti che eravamo lì per vincere la guerra e che perdere delle battaglie fa parte del vincere la guerra».