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15 agosto 2026 | 00:15

Matteo Salvini in visita al cantiere del treno per Orio nel marzo 2026. Foto Huiala
Tra sezioni in difficoltà e militanti sempre meno numerosi c’è chi chiede il passo indietro del ‘Capitano’ e chi difende il segretario. Ma l’alternativa, per ora, non ha ancora un nome
All’inizio del millennio in provincia venivano organizzate anche quaranta feste di partito in una sola estate. Oggi, in Bergamasca, sono solamente quattro. Nel numero che racconta meglio di ogni sondaggio l’erosione della Lega si misura anche la partita, ancora tutta aperta, su chi dovrebbe guidare il partito dopo Matteo Salvini. Nel direttivo regionale di via Bellerio venerdì 7 agosto la richiesta di un passo indietro del segretario federale non è arrivata dai vertici nazionali ma dal territorio. A Bergamo, provincia che pesa non poco nella base leghista lombarda, si ragiona già su cosa resterà del Carroccio dopo l’era targata il ‘Capitano’. E su chi, eventualmente, dovrebbe guidarla.
Prima ancora del nome, c’è però un problema: in un momento di forte tensione interna è difficile trovare qualcuno che metta la propria faccia come alternativa a Salvini. Nel momento in cui il segretario dovesse fare un passo indietro, la convinzione diffusa tra i ‘dissidenti’ interni è che invece un successore si troverebbe. Circolano i nomi di Massimiliano Romeo, segretario regionale in Lombardia, e di Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia. Il futuro politico di Luca Zaia, più volte indicato dagli striscioni comparsi in Bergamasca nelle scorse settimane, seguirebbe invece altre direttrici. Ma prima, agli occhi dei vertici del partito serve che sia Salvini stesso a fare quel passo.
La posizione più netta assunta nei giorni scorsi è stata quella di Daniele Belotti, ex deputato e storico presentatore del raduno di Pontida, tra i primi ad aver chiesto apertamente le dimissioni di Salvini dalla guida del partito. Per lui non si tratta di liquidare il leader dalla politica: “Salvini dovrebbe fare il ministro e lasciare ad altri la gestione del Carroccio”. Una distinzione che sposta il terreno del confronto: non più “Salvini sì o no”, ma quale ruolo per il ‘Capitano’.
A tenere insieme i due piani, il dato elettorale e la richiesta di un cambio, è il consigliere regionale Roberto Anelli che parla di una soglia ormai critica: un calo sistematico dello 0,2% ogni mese, con scoramento diffuso tra i militanti e un’indifferenza crescente proprio nell’elettorato che un tempo era lo zoccolo duro del partito, artigiani e piccole partite Iva in testa. Anche per lui il problema non è la persona – “Salvini è stato ed è uno dei migliori ministri d’Italia” -, ma la tenuta politica della sua leadership, che “purtroppo non funziona più. Serve un rinnovamento nella governance: continuare a dire che va tutto bene senza neanche cercare di risolvere il problema non è più concepibile”.
Salvini in visita al cantiere del treno per Orio nel marzo 2026. Foto Huiala
Il dissenso interno alla Lega non è una novità. “Le correnti ci sono sempre state”, ricorda Fabrizio Sala, segretario provinciale del partito. Quello che è cambiato, forse, è la sede in cui si è consumato lo scontro: non il consiglio federale, dove siedono i vertici del movimento, ma il direttivo regionale, popolato in gran parte da rappresentanti del territorio. “Quelle al direttivo sono constatazioni che riguardano la Lega, non Salvini – precisa Sala -. Secondo i sondaggi in pochi anni la Lega ha perso sei elettori su sette. Gliel’abbiamo mostrato, starà a lui fare una sintesi e dare delle risposte. C’è tempo per recuperare: basta volerlo”.
È sul radicamento che la crisi si misura meglio dei sondaggi. “Perdendo la linea del Nord – spiega Belotti – la Lega ha perso anche il collante che teneva insieme l’identità federalista e nordista: viene meno l’ideale, il sogno che animava la militanza”. Le sezioni chiudono, i volontari si diradano, le occasioni di aggregazione si riducono. Qui il discorso si ricollega al crollo delle feste di partito. Prima della pandemia erano ancora più di venti, ma il Covid ha inferto un colpo pesante da cui il partito non si è più ripreso. Il calo di partecipazione riguarda tutti i partiti, ma per la Lega – costruita sul volontariato militante più che sulla struttura – è un’anomalia in negativo: i volontari, prima ancora degli elettori, non ci sono più.
Salvini alla festa della Lega di Treviglio nel 2019
Anche guardando alla singola sezione, il quadro non cambia. Andrea Capelletti, sindaco di Covo, racconta che negli ultimi anni la sua sezione ha perso quattro militanti, andati via perché non condividevano più “la piega politica presa dalla Lega”. Per Capelletti il malumore non riguarda solo la classe dirigente ma cova da tempo anche tra la base, e la vera anomalia di oggi è che “nessuno è più disposto a far finta di niente”. La sua diagnosi va dritta alla linea politica: l’anima autonomista e quella sovranista, osserva, sono ormai antitetiche, e il partito non può più permettersi di “tenere il piede in due scarpe”.
C’è chi prova a spostare la domanda un passo più in là. Alessandro Carrara, capogruppo della Lega in Consiglio comunale a Bergamo, riconosce che il partito ha in parte smarrito la connotazione nordista delle origini, ma non crede che la soluzione sia tornare semplicemente indietro. “Nell’odierno scenario geopolitico sarebbe impensabile affrontare le grandi sfide economiche e sociali guardando esclusivamente ai confini del Nord Italia – riflette -. Questo non significa dimenticare il nostro Dna, le due cose non sono in contraddizione: si può avere un’ambizione nazionale continuando ad avere un’attenzione particolare per il nostro territorio e le sue imprese”.
Salvini con Marine Le Pen, leader della destra francese
Da amministratore locale, Carrara afferma di comprendere i malumori sulla militanza e sulle sezioni in difficoltà, ma fatica a spiegare perché la Lega dedichi così tanta attenzione mediatica a casi come quello della “casa nel bosco”, invece che ai temi concreti – sicurezza, tasse, infrastrutture, autonomia – su cui il partito viene storicamente premiato.
Sulla successione, Carrara è tra i pochi a rifiutare esplicitamente la domanda binaria “Salvini sì o no”. “Fermarsi a questo sarebbe riduttivo – sottolinea -. Il vero cambio di passo sarebbe tornare a far conoscere ai cittadini gli amministratori della Lega, la sua vera forza. Basta cercare personaggi alla Vannacci o affidarsi a chi fa la voce grossa in televisione ma poi non ha un briciolo di consenso reale sui territori: alla fine devi essere capace di guardare negli occhi le persone”. La sintesi è la sua: “Prima di chiedersi chi verrà dopo Salvini, la Lega dovrebbe chiedersi quale Lega vuole tornare a essere”.
Il ministro Salvini a Bergamo nel gennaio 2023
Anche l’assessore regionale Claudia Terzi riconosce il “momento di crisi” e la necessità di un cambiamento, ma non lo immagina come un terremoto: “Non sono convinta che si debba fare una sorta di rivoluzione, ma accompagnare questa transizione cercando una condivisione con l’attuale guida del nostro partito – afferma -. Ciò che dobbiamo evitare, sopra ogni cosa, è l’immobilismo. Quello sarebbe veramente deleterio”.
Nel partito non tutti però vedono di buon occhio l’esposizione mediatica del dibattito interno. “Il segretario federale ha già ampiamente risposto nelle sedi opportune a chi ha sollevato critiche e osservazioni, non ha senso portare il dibattito interno sui giornali – dichiara la parlamentare bergamasca Rebecca Frassini -. Tanti militanti sono amareggiati per queste continue polemiche mediatiche che danneggiano la Lega”.
Sulla stessa linea si collocano altri amministratori bergamaschi. Il sindaco leghista di Dalmine, Francesco Bramani, parla di un dibattito “che rischia soltanto di essere ulteriormente enfatizzato” e invita a guardare avanti, “concentrandoci sui temi concreti e sul lavoro politico e amministrativo che ci aspetta”. Sulla stessa lunghezza d’onda il primo cittadino di Fontanella, Mauro Brambilla, secondo cui le critiche interne sono legittime ma vanno affrontate “nelle sedi opportune”: meglio, sostiene, concentrare le energie su infrastrutture, sicurezza, sanità e sostegno a imprese e agricoltura.
Il dato che unisce tutte le posizioni è che nessuno, in Bergamasca, nega più che qualcosa vada cambiato. Il come, e soprattutto il chi, resta ancora tutto da scrivere. Il ‘dopo Salvini’, per ora, non ha ancora trovato il coraggio di presentarsi.
Lo striscione contro Salvini apparso a Pontida qualche settimana fa: 'Almeno qui avrai il coraggio di presentarti?'