Aperto un nuovo fronte nella guerra commerciale tra le due superpotenze.
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Da Trump dazi alla Cina su solare e microchip. La Casa Bianca ha imposto una serie di prezzi minimi all’importazione e una tariffa del 15% sui prodotti realizzati in polisilicio, la materia prima prodotta prevalentemente nella Repubblica Popolare Cinese. Lo scopo è sostenere e proteggere la produzione statunitense di semiconduttori e pannelli solari dalla concorrenza cinese.
Il presidente degli Stati Uniti ha aperto così un nuovo fronte nella guerra commerciale con la Cina. Fissando un prezzo minimo all’importazione per il polisilicio e per i prodotti realizzati con questo materiale, l’Amministrazione Trump bloccherà l’ingresso nel mercato statunitense di qualsiasi merce che abbia un prezzo inferiore al livello stabilito. La decisione consentirà ai produttori degli Stati Uniti di vendere a prezzi più proficui. L’ordine esecutivo di Trump risponde all’esigenza di blindare le catene di approvvigionamento interne di microchip e solare, contrastando la Cina nella corsa all’intelligenza artificiale e all’energia.
Questi i prezzi minimi all’importazione imposti dalla Casa Bianca: 21 dollari al chilogrammo per il polisilicio; 100 dollari al chilogrammo per lingotti e wafer di polisilicio; 0,22 dollari al watt per le celle solari e 0,38 dollari al watt per i moduli, o pannelli, solari.
Le tariffe entreranno in vigore il 4 dicembre e alcuni osservatori hanno avvertito che l’attuazione ritardata della misura potrebbe portare nei prossimi mesi a un’impennata delle importazioni. Le aziende che acquistano pannelli solari ritengono che il ritardo sarebbe necessario per adeguare i contratti di fornitura ai prezzi più alti. La finestra di 4 mesi potrebbe spingere infatti i fornitori ad accelerare le spedizioni verso gli USA per accumulare scorte ed evitare i costi futuri, sebbene Washington abbia chiarito che monitorerà eventuali tentativi di elusione.
Trump ha inoltre stabilito che il Segretario al Commercio, Howard Lutnick, istituisca un programma di incentivi dedicato alle aziende che intendono costruire ed espandere fabbriche di polisilicio e derivati nel territorio degli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump ritiene che favorire la produzione statunitense sia una questione di sicurezza nazionale, poiché il polisilicio è un componente fondamentale anche per i semiconduttori utilizzati in molti dispositivi elettronici e sistemi di difesa, come i sistemi di controllo per missili e droni.
Venerdì 7 agosto le azioni del settore solare negli Stati Uniti hanno registrato sensibili rialzi nelle contrattazioni pre-mercato. Le azioni di First Solar sono salite di oltre il 7% prima dell’apertura dei mercati, con SolarEdge Technologies in aumento dell’1%. L’Invesco Solar ETF ha registrato un rialzo del 4%.
Negli ultimi dieci anni i produttori statunitensi hanno accusato i rivali cinesi di vendere all’estero a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno, di ricevere sussidi statali sleali e di delocalizzare la produzione in altri Paesi per eludere le tariffe statunitensi. Per questo hanno elogiano l’iniziativa, considerandola un sostegno alla produzione e agli investimenti interni.
Gli Stati Uniti hanno due fabbriche di polisilicio: Hemlock Semiconductor, che gestisce uno stabilimento nel Michigan, joint venture tra Corning e la giapponese Shin-Etsu Handotai, e Wacker Chemie, con sede a Monaco di Baviera, che gestisce una fabbrica nel Tennessee.
La produzione di solare negli Stati Uniti ha conosciuto un incremento da quando nel 2022 il Congresso ha introdotto incentivi fiscali. Tale incremento però ha riguardato l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici, ecco perché i produttori statunitensi sono ancora dipendenti da wafer e celle di importazione, che richiedono investimenti di lungo termine.
ìA maggio otto grandi produttori statunitensi di moduli fotovoltaici hanno chiesto ufficialmente al Dipartimento del Commercio di indagare sulle importazioni di pannelli solari dall’Etiopia negli USA. La petizione dovrebbe valutare l’espansione della presenza cinese in Africa e l’eventuale esistenza nel continente africano di grandi fabbriche cinesi di pannelli e celle. Il forte sospetto è che Pechino stia provando a eludere i dazi antidumping del 50% che Washington applica già sui componenti di origine cinese.
La Korea International Trade Association (KITA) ritiene che i provvedimenti nel breve periodo azzereranno lo svantaggio competitivo di prezzo di cui le aziende sudcoreane soffrono nel mercato statunitense rispetto ai concorrenti cinesi.
Il Ministero del Commercio della Corea del Sud intende consultare Washington per ridurre al minimo i danni per le imprese sudcoreane. Nel 2025 le esportazioni verso gli USA di polisilicio e derivati sono state stimate rispettivamente a 2,2 milioni di dollari e 430 milioni di dollari. Per le aziende sudcoreane potrebbe diventare più difficile esportare prodotti finiti negli Stati Uniti nel lungo periodo.