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Dalla Notte della Taranta allo Stadio Via del Mare: chi é la fotografa di cantiere che racconta la costruzione delle opere


Caschetto in testa, scarpe anti infortunistica ai piedi, una Canon al collo e una visione ben chiara in mente. Il cantiere finito che diventa opera pubblica. Valeria Potì, leccese doc, è una fotografa di cantiere. Un “umarel” 2.0 prendendo in prestito la figura dell’anziano (anche se lei è giovanissima) che con le mani dietro la schiena si affaccia a guardare i lavori pubblici qua e là. Una passione sfegatata per le gru e un progetto innovativo quanto singolare: raccontare attraverso la fotografia la realizzazione di un’opera. 


Perché il palco della Notte della Taranta? Cosa rappresenta?
«Domanda impegnativa. La scelta è stata abbastanza automatica e credo dipenda da ciò che rappresenta la NdT per tutti noi salentini e nello specifico per quelli della mia generazione, un po’ ci ha visti crescere o forse siamo cresciuti insieme. Scegliere di far partire quello che definisco uno spin off della fotografia di cantiere proprio da Melpignano, è una decisione un po’ di pancia, una nuova genesi che parte dalle proprie radici, da ciò che si conosce e si desidera raccontare dal proprio punto di vista».


Uno spin-off che sposta il focus dall’edilizia classica alle architetture temporanee degli eventi e delle produzioni musicali, dice lei. Cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa, nel suo modo di “raccontare” un cantiere...
«Cambiano anzitutto i tempi, viene realizzata un’opera imponente ma in un tempo più breve, quasi stringente. Più che il modo di raccontare è cambiato il modo di approcciarsi alla documentazione, 15 giorni di lavorazione, richiedono 15 giorni di presenza fissa anche perché trattandosi di una nuova esperienza professionale per quanto io mi sia preparata, come faccio sempre con un nuovo lavoro, studiando le fasi di esecuzione, gli spazi, la luce, non potevo prevedere come potermi muovere sul cantiere, quali fasi mi avrebbero regalato la giusta prospettiva etc. Per il resto il modo di raccontare è sempre lo stesso, quello che ho imparato sui cantieri, dagli operai che più che mostrare la propria fatica sono orgogliosi di mostrare il loro lavoro».


Come nasce la fotografa di cantiere e perché?
«Nasce essenzialmente da una esigenza, quella di specializzarmi nella professione, il consiglio più prezioso che mi è stato dato fu Giovanni Gastel a suggerirmi “Valeria, se vuoi fare questo lavoro, cercati una nicchia in cui specializzarti, non fare di tutto”. Accolsi le sue parole, come tutte quelle che mi diceva, come un dono prezioso e così iniziai a pensare a quello che mi piaceva, che più mi si addiceva: da sempre mi piace raccontare le evoluzioni, il divenire, raccontare ciò che c’è dietro lo sguardo quotidiano, capire come si arriva al “prodotto finito”. E poi ho pensato in grande e ho scelto la strada un po’ meno scontata e più complessa e quindi i cantieri». 


Nel suo portfolio ci sono cantieri importanti, alcuni hanno cambiato anche il volto della città, mi riferisco a Palazzo BN per esempio. Piuttosto che a Polo Deghi, lo Stadio Via del Mare e non ultimi il resort di San Cataldo e Galleria Liberty. Cosa hanno in comune queste opere? 
«La grandezza (alcuni di più di altri, basti pensare allo stadio) ma a parte la risposta scontata, sono tutte realizzazioni che sì hanno una visione imprenditoriale alla base ma la cui realizzazione ha delle ricadute in termini di benefici per tutti: la bellezza di un edificio recuperato, piuttosto che i servizi che un’impresa può offrire grazie alla realizzazione edilizia, la bellezza di un paesaggio recuperato, la passione per un simbolo cittadino».


Il criterio di scelta di un cantiere a cosa deve rispondere? 
«Di sicuro al valore di ricadute positive, ma soprattutto ciò che poi mi alimenta per tutto il tempo è la visione del progetto che generalmente è impresso da imprenditori e professionisti che hanno una visione di futuro e che intendono portare a compimento, rendere concreto. È anche una scelta legata alle persone». 


Con quale approccio si avvicina ad una nuova opera da fotografare? 
«Ansia fondamentalmente. È sempre un primo giorno di scuola che dura per almeno un mese. Emozioni a parte, mi preparo professionalmente studiando tutte le tavole di progetto e documentazioni possibili. Ma la fase più importante è proprio il primo giorno in cui arrivo su un nuovo sito, ho bisogno del tempo per osservare e anche per sentirmi inserita nello spazio, poi è tutto un correre e trovare “angoli di non disturbo” come li chiamo io, per non essere di intralcio per chi lavora».


Lei entra con il suo obiettivo in un mondo prettamente maschile, quindi ha a che fare con capo cantieri, ingegneri, operai: qual è l'accoglienza che le riservano? (o eventuali difficoltà)
«So bene qual è la considerazione che tutti hanno dei cantieri, non voglio dire che sia un luogo ideale, il paese delle meraviglie, non lo è per gli altri certo, ma lo è per me. Le difficoltà ci sono soprattutto all’inizio quando magari ci sono nuove squadre di lavoro e bisogna imparare a conoscersi e fidarsi e avere reciproco rispetto del lavoro. Una volta superato quel momento iniziale ho sempre trovato ambienti collaborativi. All’inizio sono sempre io ad adattarmi all’ambiente, d’altronde sono la nuova arrivata in un piccolo ecosistema sociale, sono una donna, il 99,9% delle volte anche l’unica, poi iniziano a conoscermi e dare valore al mio lavoro e c’è apertura e collaborazione». 


Nel caso specifico della costruzione del palco della Notte della Taranta parla di “dietro le quinte dell’infrastruttura” dello spettacolo...cosa racconta il dietro le quinte? 
«Racconta in sostanza quello che immaginavo prima di iniziare questo impegno e cioè che c’è il lavoro di tante persone, un lavoro enorme senza il quale ciò che La Notte della Taranta è diventata oggi (piaccia o no) non sarebbe stato possibile. C’è un piano di lavoro che parte da un punto in un prato che potrebbe sembrare indefinito e invece è il frutto di un calcolo esatto e da lì inizia a distendersi e poi a salire tutta l’infrastruttura».


Facciamo un passo indietro ma guardando avanti: lei ha detto che la Taranta è una spin-off della fotografia di cantiere...c'è qualcosa che bolle in pentola? 
«È il principio di un lavoro su grandi palchi musicali ed anche per questo mi sembrava opportuno, direi doveroso, partire da Melpignano. Per il resto, tengo ancora un po’ per me tutto il resto».


Si dice che una foto possa parlare più di un testo, non è facile però far “parlare” un cantiere. Cosa vuole trasmettere con i suoi scatti?
«Come dicevo prima, amo raccontare le storie che ci sono dietro, diciamo così. Raccontare per immagini un cantiere, significa mostrare il processo del divenire, della trasformazione, mostrare non solo il bello di una lavorazione edilizia finita ma anche il durante significa dare ancor più valore a ciò che si è realizzato perché fa capire tutto il lavoro che c’è dietro, significa mostrare un luogo che concretizza la massima secondo cui dalle macerie si può rinascere, io assito a tutto questo ogni giorno e ne sono fiera».


Il suo obiettivo racconta la nascita e la rinascita di un'opera... cosa si porta a casa alla fine di un'impresa realizzata e che vede la luce?
«Anzitutto nostalgia. Ogni volta che un cantiere finisce e si aprono le porte a tutti ho nostalgia, dell’esperienza vissuta e di tutto quello che ho visto, di come mi sentivo “a casa” pur nelle difficoltà materiali del percorrere un’area di cantiere. E poi porto a casa sempre una nuova esperienza, una crescita professionale, ogni cantiere è diverso dall’altro e mi sembra di imparare sempre cose nuove, le immagini che scattavo anche solo cinque anni fa non sono le stesse di oggi, quelle di oggi si compongono di tutto ciò che so, che ho imparato e che ho visto e mi auguro che quelle di domani saranno ancora diverse, vorrà dire che amo ancora questo lavoro».