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Daniel Tafa, dopo la morte in fabbrica lo choc in cimitero: rubati i lumini. La madre: «Non lo posso vedere al buio»


VAJONT - Ci sono gesti che lasciano senza fiato. Rubare è un reato, certo, ma profanare il ricordo di chi non c’è più, sottraendo i simboli, fiori e candele, del rispetto e dell’affetto riposti sulla tomba di un ragazzo tragicamente scomparso, è un atto di inciviltà indescrivibile. Daniel Tafa, giovane vita spezzata troppo presto nella fabbrica Stm di Maniago durante il turno di lavoro, ha lasciato una ferita mai rimarginata nelle comunità di Maniago e Vajont dove vive la famiglia. Ma Daniel continua a vivere nel pensiero di tanti; a ricevere l’amore incondizionato della sua famiglia che ancora è avvolta nel dolore. Un amore che si concretizza anche nei piccoli gesti quotidiani. Un mazzo di fiori freschi, una candela accesa, una luce che possa rischiarare il buio della sepoltura. Quel gesto che fa stare bene, che è un contatto continuo, è un parlarsi attraverso il pensiero, è un abbraccio profondo.

 
Il fatto


Ma perfino in un luogo che dovrebbe essere sacro e inviolabile come il cimitero, l’assenza di scrupoli di qualcuno è riuscita a consumare un ennesimo, vile affronto. A denunciare quanto sta accadendo è Donika, la madre di Daniel, con parole che pesano come macigni e che dovrebbero far vergognare chiunque si sia reso responsabile di tali gesti. Un messaggio intriso di dignità, ma al contempo straziato da un dolore insopportabile. «Vorrei dire a quel genio che spesso e volentieri porta via dal cimitero fiori e candele... per favore puoi portare via fiori, tanto non succede niente perché li riporto il giorno dopo. Ma vi prego non portare via i lumini da mio figlio perché il pensiero che sta al buio mi fa soffocare, sto male. Vi prego ditemi che vi compero io quanto ne volete, ma non portate via quelli che sono là», sono le parole di Donika Tafa. Parole che lasciano un nodo alla gola. Non c’è rabbia aggressiva nel suo grido, non c’è neppure la richiesta di una punizione, ma una supplica disperata di una madre a cui è stato strappato un figlio e che non può tollerare l'idea di vederlo simbolicamente lasciato “al buio” per la meschinità di un ladro da quattro soldi.

 
Il gesto


Una madre arrivata persino a offrire di comperare di tasca propria candele e lumini a chiunque ne abbia bisogno, pur di proteggere la tomba del proprio ragazzo. Daniel non può stare al buio per la mamma, lui è luce e anche nella notte deve avere la serenità dell’eterno riposo. Come si può arrivare a un tale livello di degrado etico? Come si fa a stendere la mano, afferrare un lumino acceso da una madre in lutto e portarselo via? È la spia dell’inaridimento di ogni valore, del totale prosciugamento della pietas umana. Non si tratta del valore economico di una candela o di un vaso di fiori, ma del profondo significato affettivo e spirituale che quei lumini rappresentano. Di fronte a un fatto del genere, la comunità non può voltarsi dall'altra parte. 
Non si può derubricare l’episodio a un semplice “dispetto” o a una “bravata”. Questo è un vero e proprio scempio morale che richiede un risveglio delle coscienze, oltre a un maggiore controllo all’interno e nei pressi delle aree cimiteriali, non solo attraverso la sorveglianza, ma anche con telecamere. A chiunque stia compiendo questi gesti miserevoli, restano solo il grido di una mamma, la disperazione piena di dignità che chiede a quanti sono senza rispetto di fermarsi per non disonorare la memoria di Daniel Tafa e non offendere il senso di carità cristiana, l'amore immenso di una madre e di una famiglia che chiede solo di poter lasciare accesa una piccola luce per il proprio figlio.