Un giudice del New Mexico ha condannato Meta a versare 567 milioni di dollari in un fondo per rimediare al proprio ruolo nella crisi di salute mentale giovanile, imponendo al tempo stesso una stretta sugli account dei minori. Nella sentenza, riportata dalla CNN, il giudice ha paragonato l'azienda a una fabbrica che continua a produrre inquinamento nonostante i danni evidenti.
La decisione di giovedì 6 agosto 2026 rappresenta la seconda fase di un processo già avviato: a marzo una giuria aveva già riconosciuto Meta colpevole su tutti i capi d'imputazione, per pratiche commerciali definite, come riporta la CNN, «sleali e ingannevoli» oltre che «inaccettabili». In quell'occasione l'azienda era stata condannata a pagare 375 milioni di dollari di risarcimento. Alla base di tutto c'è la causa intentata nel 2023 dal procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez, secondo cui Meta avrebbe trasformato Facebook e Instagram in un «terreno fertile» per i predatori di minori: un'accusa che l'azienda ha sempre respinto.
Oltre alla sanzione economica, il giudice Bryan Biedscheid ha stabilito una serie di obblighi operativi, validi almeno nello stato del New Mexico. Meta dovrà «cancellare gli account e tutti i dati personali raccolti» dai profili appartenenti a utenti sotto i 13 anni. Per gli utenti minorenni, le notifiche push dovranno essere disattivate dalle 8 alle 15 nei giorni di scuola e dalle 22 alle 7 in tutti gli altri momenti. Gli account teen dovranno inoltre essere impostati automaticamente su privato, e l'azienda dovrà impedire agli utenti del New Mexico di intrattenere «interazioni romantiche o sessualizzate» con i chatbot basati sull'intelligenza artificiale di Meta.
Il cuore della sentenza è però nel parallelismo scelto dal giudice per motivare la decisione.
Così come l'inquinamento prodotto da una fabbrica «può danneggiare il diritto collettivo a un'aria pulita», si legge nel testo, gli effetti dannosi delle piattaforme di Meta «non restano contenuti al loro interno» ma «migrano su internet» e, soprattutto, «nel mondo reale», creando un onere che ricade su famiglie, scuole, ospedali e forze dell'ordine. Il giudice non è però arrivato a toccare il cuore del modello di business dell'azienda: una richiesta di modificare l'algoritmo di Meta è stata respinta perché, scrive Biedscheid, violerebbe «quasi certamente il Primo Emendamento» e le tutele previste dalla Section 230.L'azienda ha fatto sapere in una nota di non condividere la sentenza e di voler presentare appello. «Lavoriamo duramente per garantire la sicurezza delle persone sulle nostre piattaforme», si legge nel comunicato citato dalla CNN, «e siamo stati trasparenti sulle difficoltà legate all'identificazione e alla rimozione di soggetti malintenzionati e contenuti dannosi». Meta ha aggiunto di restare «fiduciosa nel proprio percorso di tutela dei teenager online» e di voler continuare a difendersi da accuse che, a suo dire, «travisano i fatti».
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di cause legali contro i colossi dei social: diversi distretti scolastici e procuratori generali statunitensi hanno fatto causa a Meta per questioni legate a salute mentale giovanile, sicurezza e privacy dei minori. A maggio, peraltro, Meta insieme a YouTube, Snap e TikTok aveva già raggiunto un accordo extragiudiziale con un distretto scolastico del Kentucky per una causa sui rischi di dipendenza dai social, evitando così quello che sarebbe stato il primo di centinaia di processi simili; i termini economici dell'intesa non sono stati resi noti.
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