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Danny Boyle: «Sono tempi pericolosi. C'è bisogno di giornalisti guardiani del potere»


«Il giornalismo libero e indipendente è una delle forze basilari di qualsiasi civiltà, è decisivo per la sopravvivenza stessa del genere umano: ci vorrà sempre qualcuno capace di dire ai potenti che stanno sbagliando». Parola di Danny Boyle. Il regista premio Oscar è un concentrato di energia e passione proprio come il suo film Ink che ha inaugurato l’83ma Mostra tra gli applausi (sarà distribuito in Italia prossimamente da Lucky Red). Ispirato all’omonima pièce di James Graham, gran successo sia nel West End sia a Broadway, racconta l’ascesa nell’editoria del magnate australiano Rupert Murdoch (oggi 95enne, è interpretato da Guy Pearce) che nel 1969 affidò la direzione del tabloid britannico The Sun al giornalista Larry Lamb (scomparso nel 2000, lo fa rivivere Jack O’ Connell) facendone il quotidiano più innovativo, spregiudicato e venduto della storia, il primo a puntare sul sensazionalismo e a mettere una ragazza nuda a pagina 3. Campione della stampa conservatrice, anticipò oltre mezzo secolo fa l’era di social, fake news, clickbait. 
 

Cosa l’ha spinta a realizzare “Ink”? 

«Innanzitutto la pièce di Graham (anche sceneggiatore del film, ndr): al termine di una serata godibilissima in un teatro londinese, mi resi conto che il protagonista non era tanto Murdoch quanto Lamb, come me un inglese del nord in cui mi sono identificato. E c’è un altro motivo che mi dato la voglia di girare il film». 

Quale? 

«The Sun ha rappresentato la svolta che ci avrebbe portati diritti dritti al presente dominato dai social e dalle big tech. Sono tempi pericolosi in cui c’è più che mai bisogno dei giornalisti che, a nome della comunità, facciano da guardiani al potere, mentre si profilano all’orizzonte rischi ancora più grandi. Come ad esempio l’IA». 

Rappresenta un pericolo anche per il cinema? 

«Per ora è solo uno strumento, come gli effetti speciali. La vera domanda è: il pubblico avrà sempre più voglia di vedere film interamente realizzati dall’IA? Oggi i giovani si divertono con questa tecnologia e forse un giorno si stancheranno, ma ho 69 anni e non posso essere nella loro testa». 

Nel film Murdoch non è affatto dipinto come uno ”squalo”, anzi sembra quasi voler frenare il sensazionalismo di Lamb. Perché lo ha descritto così? 

«Non ho voluto farne un mostro, ho semmai detto la verità. All’inizio Murdoch ha cercato di farsi accettare dall’establishment britannico che era molto chiuso e snob nei confronti degli australiani. È stato un underdog che ha sfidato i pregiudizi contro di lui e, nel campo dei media, un gigante come il quotidiano Daily Mirror espressione della cultura paternalistica. Ha rappresentato una boccata di aria fresca destabilizzando il perbenismo e permettendo alla gente di ribellarsi alle regole per sentirsi libera». 

Ma lei ha mai incontrato Murdoch? 

«Una sola volta nel 2008, a un barbecue organizzato per festeggiare il successo del mio film The Millionaire che, distribuito da una sua società, aveva vinto 8 Oscar e incassato una montagna di soldi, cosa che lo rendeva felice». 

Come pensa che accoglierà il suo film? Intende organizzare una proiezione privata per lui?

«So che è andato a vedere due volte lo spettacolo di Graham nel West End e lo ha amato. Quanto al film, ha molto gradito che fosse Pearce a interpretarlo: lo ha rivelato allo stesso attore Elisabeth Murdoch, la figlia del magnate. E no, non ho in programma di organizzare una proiezione per Rupert: sarò felice se andrà al cinema comprandosi il biglietto (ride, ndr)». 

La ”rivoluzione” di “The Sun” ha ancora un impatto sulla cultura britannica? 

«Si, e non solo su quella. Ink è un film ambientato negli anni Settanta ma parla del presente avvertendoci che va bene sovvertire le regole, ma quando si perdono di vista i valori importanti rischi di fare guai. Come la Brexit, che è stata una decisione disastrosa sia dal punto di vista economico sia da quello culturale. I giovani hanno tradito la loro connessione con l’Europa... Ma io ho l’impressione che torneremo indietro. Almeno lo spero». 

La carta stampata è destinata a tramontare per lasciare il posto all’informazione digitale? 

«I cambiamenti fanno parte della vita. L’importante è che il giornalismo rimanga forte e libero. Ci sarà sempre bisogno di chi dice la verità anche quando è impopolare. Il film intrattiene, ma al tempo stesso spinge a riflettere su temi seri come questo». 

Che effetto le ha fatto inaugurare la Mostra di Venezia? 

«Ringrazio Alberto Barbera per il suo coraggio. Quando mi ha chiamato per dirmi che Ink avrebbe aperto il festival, ho pensato che fosse impazzito. È il film più strano che abbia mai inaugurato Venezia. Dal titolo (ink significa inchiostro, ndr) molti addirittura pensavano che parlasse di tatuaggi».

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