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Data center, boom di investimenti. Ma adesso l’economia Usa rischia


L'Intelligenza Artificiale è sempre più centrale per le sorti dell'economia americana (e non solo). Quali sono i rischi reali e i vantaggi potenziali? Non parliamo di questi ultimi, perché l'annuncio in proposito è già abbastanza "ottimo e abbondante" (per parafrasare quello che disse Alberto Sordi al generale ne "La grande guerra" a proposito del rancio dei soldati). Parliamo invece dei rischi.

Su Il Messaggero del 2 luglio abbiamo elencato tre problemi che potrebbero rallentare la corsa dell'IA. Problemi che attengono a come l'opinione pubblica reagisce a questa rivoluzione industriale in corso. La prima inquietudine è a livello subcosciente e si rifà alla famosa Skynet dei film "Terminator": una IA voltasi malevola, che si applica, diligentemente e sanguinosamente, a sterminare l'umanità. La seconda inquietudine sale dal subcosciente al cosciente, e riguarda la perdita di posti di lavoro: quello che hanno fatto i robot nelle fabbriche ("colletti blu"), potrà farlo il software delle IA negli uffici ("colletti bianchi"). Il terzo malessere risiede non nel software dell'IA, ma nel suo hardware: i famosi data center (DC) consumano enormi quantità di energia ed enormi quantità di acqua per i circuiti di raffreddamento, con riflessi sulle bollette: un sondaggio Gallup rivela che, a livello nazionale, 7 americani su 10 si oppongono alla costruzione di un DC nel proprio vicinato.

La quarta fonte

Oggi aggiungiamo una quarta fonte di preoccupazione. Le spese per i DC hanno ormai assunto dignità macroeconomica. Questa rivoluzione industriale mette il carro (molto) avanti ai buoi.

Le precedenti rivoluzioni - dal vapore all'elettricità alla radiofonia alla telefonia all'informatica - erano graduali nella loro messa in opera: l'innovazione si diffuse lentamente, le fabbriche si ristrutturarono, domanda e offerta vennero a combaciare, gli investimenti cambiarono in quantità e qualità. E passarono decenni prima che i nuovi modi di produrre e di consumare percolassero, nello spazio e nel tempo, lungo tutto il tessuto produttivo del mondo.

Ma questo caso è diverso. C'è qualcosa di assolutamente distintivo nell'IA: per farla funzionare bisogna dapprima, hic et nunc, spendere un sacco di soldi. Come già osservato (vedi Il Messaggero del 26 maggio) è un po' come se, per tornare alla prima rivoluzione industriale, fosse stato necessario dapprima fabbricare un milione di macchine a vapore, e poi distribuirle, nello spazio e nel tempo, così che i riceventi potessero beneficiare dell'accresciuta produttività.

La cifre

Guardiamo alle cifre. In America sono stati appena diffusi i dati del secondo trimestre di quest'anno (vorrei a questo punto introdurre un auspicio: speriamo che un giorno gli istituti statistici fuori dagli Usa possano emulare, per dettaglio e tempestività, quel magnifico monumento che è la contabilità nazionale americana), e questi numeri ci permettono di valutare quanto della crescita dell'economia sia da attribuire ai DC in particolare e all'intelligenza artificiale in generale.

Il primo grafico mostra questo contributo alla crescita nell'ultimo anno (dal secondo trimestre del 2025 al secondo del 2026). Le spese legate all'IA si ritrovano, nella contabilità nazionale, sotto due rubriche: "Information processing equipment e software" - beninteso, non tutti i miliardi di dollari in questione sono per l'IA, ma è certo che a questa si deve l'impennata di quelle due categorie di spesa.

La "dignità macroeconomica" di cui si parlava è ampiamente confermata: la crescita del Pil è stata dovuta, per quasi la metà, agli esborsi per l'IA. Lo stesso vale per il contributo alla domanda interna. Per gli investimenti privati (escluse abitazioni), il contributo è addirittura superiore al 100%. Cioè a dire, tutta la crescita (e passa) degli investimenti è dovuta alle spese per l'IA.

La lotta fratricida

Questo è confermato dal secondo grafico, che rappresenta l'andamento, all'interno degli investimenti produttivi, delle spese IA e di tutti gli altri. Come si vede, il resto degli investimenti è diminuito da un anno a questa parte. Gli economisti usano un'espressione "crowding out" per significare come qualcosa spiazza un'altra cosa: l'espressione si usa di solito per significare come il finanziamento di un crescente deficit pubblico toglie ossigeno finanziario agli investimenti privati. Ma si può usare anche per una "lotta fratricida" fra investimenti privati. Le imprese, nel loro complesso, hanno dovuto ristagnare o ridurre le loro spese in conto capitale diverse da quelle per l'intelligenza artificiale, per pagare gli esborsi IA. Detto fra parentesi, forse le cose stanno ancora peggio: le spese per i DC non comprendono solo server e chip, ma anche le spese di costruzione degli imponenti edifici necessari ai DC. Il che vuol dire che, se aggiungessimo queste ultime, la linea rossa del grafico starebbe a un livello più alto, e le linea verde a un livello più basso.

Dietro a quella corsa ai DC c'è, naturalmente, la speranza che un giorno i ritorni da quegli investimenti siano abbastanza alti da giustificare il costo (costo di opportunità o costo finanziario) degli investimenti stessi. Speriamo. Ma, nel frattempo, la stazza gigantesca di queste spese comincia a preoccupare.

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