Dopo vent'anni di leggenda, migliaia di ore di lavorazione e un progetto in continua mutazione, DAU di Ilya Khrzhanovsky arriva finalmente in Concorso all'83esima Mostra del Cinema di Venezia. Ispirato al fisico premio Nobel Lev Landau, qui interpretato dal direttore d'orchestra Teodor Currentzis, il film segue un idealista arruolato dallo Stato sovietico per costruire la bomba atomica, mentre la sua autonomia e la sua capacità di amare si sgretolano. Girato in un set-mondo ricostruito in Ucraina, tra fisica quantistica e avanguardia russa, con Carlo Rovelli nel cast e una performance di Marina Abramović: la recensione di un'opera-mondo che abbaglia. Con, ovviamente, un cocktail.
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C'è un esperimento mentale che conosciamo tutti: finché nessuno solleva il coperchio, il gatto di Schrödinger resta vivo e morto insieme, sospeso tra due destini. Per vent'anni DAU è stato quel gatto. Girato in un lungo, febbrile cantiere di riprese, montato e rimontato, trasformato in una costellazione di film e presentato a Parigi come installazione totale mentre il film-matrice continuava a restare invisibile, l'opera di Ilya Khrzhanovsky è rimasta una sovrapposizione di stati possibili, più leggenda che pellicola. Sicché è toccato all'83esima Mostra del Cinema di Venezia sollevare finalmente il coperchio e far collassare la funzione d'onda in una forma sola: 195 minuti (più quindici d'intervallo) di un cinema che non somiglia a nient'altro e non concede tregua allo spettatore. La recensione di un'opera che centrifuga l'avanguardia russa e la fisica quantistica.
Perché la prima cosa che DAU fa, letteralmente, è abbagliare. Nei blocchi d'apertura Khrzhanovsky sembra passare in una centrifuga L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov e La nuvola in calzoni di Vladimir Majakovskij, e servircene il concentrato. Il fisico protagonista si aggira protetto da un cappotto extralarge a righe nere e grigie, e come non pensare alla celebre blusa di fustagno giallo-arancione dalle larghe strisce nere con cui il poeta futurista arringava i borghesi (parimenti provocatoria, parimenti una divisa dell'anima). Attorno a lui, un delirio d'avanguardia: i soldati frantumano le icone, tirano la barba al pope, mandano alla malora la chiesa ortodossa. E se il film si apre demolendo un pantheon, si chiude demolendone un altro, con il busto di Lenin, il nuovo piccolo padre, fatto a pezzi e falce e martello spediti in soffitta, se non peggio. Iconoclastia contro iconoclastia: la stessa furia che abbatte gli dèi vecchi finisce per divorare i propri.
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«Dau» era il soprannome di Lev Landau, il fisico sovietico premio Nobel 1962, genio della materia condensata e dell'elio liquido, arrestato nel 1938 come «nemico del popolo» e rinchiuso per un anno alla Lubjanka, salvato soltanto dall'intercessione di Pëtr Kapica presso Stalin. È da quella biografia, e dalla schiera di scienziati che costruirono la bomba atomica sovietica, che Khrzhanovsky ricava il suo eroe: un idealista che vuole strappare all'universo le sue leggi e finisce arruolato dallo Stato per forgiare una delle armi più letali della storia. A prestargli corpo e magnetismo è Teodor Currentzis, uno dei più importanti direttori d'orchestra viventi, qui alla sua sorprendente prova d'attore. «Il genio si trova sempre altrove», ha spiegato il regista a Venezia motivando la scelta di un greco, rappresentante di una civiltà pre-cristiana e di un'etica anteriore, per l'appunto altro. E il suo Dau è tutto fuorché un santino: uomo vorace, sedotto dalla fisica non meno che dalla fisicità femminile (giacché il desiderio, in DAU, è una legge di natura al pari della gravità), cerca la libertà fuori dal matrimonio in una teoria di amanti, e in quella ricerca smarrisce sé stesso e la propria capacità di amare.
Il vero protagonista aggiunto, come ha ammesso lo stesso Khrzhanovsky in conferenza stampa, è però il tempo. DAU nasce come progetto totale al confine tra cinema, arte e antropologia: un nucleo originario girato tra il 2009 e il 2011, diventato quattordici film, serie, installazioni e mostre, finanziato per anni da un oligarca russo. Ma il film che arriva oggi a Venezia non si esaurisce in quel materiale, giacché incorpora anche scene realizzate negli anni successivi: l'opera ha continuato a mutare, rimasta a lungo sospesa in attesa di un osservatore. Il set era una città vera, un istituto scientifico sovietico ricostruito con precisione archeologica alle porte di Kharkiv, in Ucraina, popolato da migliaia di partecipanti che dentro quelle mura vivevano davvero, giorno e notte, secondo le regole di un'altra epoca. Al principio della fisica quantistica il film obbedisce anche nella forma: diviso in blocchi, ha permesso a tre direttori della fotografia (Jürgen Jürges, Manuel Alberto Claro e Lol Crawley), affiancati da scenografi e costumisti, di edificare tre mondi visivi autonomi, dove luce, colore, ritmo e persino la natura stessa della recitazione mutano di continuo. Documentario, sogno, visione e memoria diventano così stati equivalenti di un'unica realtà, non più lineare né immutabile.
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È qui che DAU fa cadere la mandibola, e non la tocca mai piano. Alcune coreografie sembrano sospese tra un videoclip dei Devo e una liturgia laica dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, con la performance art a innervare l'intero apparato (tra i performer figura Marina Abramović). Ma il regista non allenta la presa neppure quando racconta la voracità del suo fisico, né quando descrive la crudeltà della burocrazia e della polizia: la macchina da presa resta impietosa, chirurgica. E allora arrivano le scene che valgono da sole il biglietto, come quella in cui Dau e gli altri personaggi vengono inquadrati in diagonale, letteralmente abbassati, schiacciati dal peso del potere che grava sulle loro spalle alla stregua di una legge fisica. In una società fondata sulla violenza e sull'ideologia, d'altronde, perfino la geometria del fotogramma finisce per piegarsi.
Non stupisce che l'opera sia arrivata al Lido preceduta dalla propria ombra. In Concorso per il Leone d'O, DAU è al momento il titolo più discusso dell'83esima Mostra: i ministeri ucraini degli Esteri e della Cultura ne hanno contestato la presenza, e in conferenza stampa le prime domande hanno riguardato la guerra più che le immagini. Khrzhanovsky, che ha rinunciato alla cittadinanza russa nel 2024 ed è stato bollato come «agente straniero» da Mosca per le sue posizioni contro Putin, ha ribadito una linea insieme netta e schiva. «Posso criticare soltanto me stesso», ha risposto a chi lo interrogava sulla neutralità del suo interprete Currentzis. Sicché il dibattito, come spesso accade con quest'opera, rischia di farsi più rumoroso fuori dalla sala che dentro. Ma sarebbe un peccato ridurre DAU alla sua cronaca: resta, prima di ogni altra cosa, un'esperienza sensoriale che continua a vivere nello spettatore molto dopo i titoli di coda
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Se DAU fosse un cocktail sarebbe lo Zero Assoluto, servito in quel territorio impossibile del gelo in cui perfino l'elio diventa superfluido e il cuore smette di sentire. Vodka russa tenuta in freezer (il gelo dell'istituto, l'URSS che avvolge ogni cosa), qualche goccia d'assenzio (il verde velenoso dell'avanguardia e la crudeltà della polizia), miele d'acacia (le seduzioni, il desiderio che è legge di natura), succo di limone (l'autonomia che si erode, l'asprezza del disincanto). Il tutto versato su una sola sfera di ghiaccio trasparente, in una coppa gelata, con un velo di vapore scenografico attorno alla coppa a evocare l'elio liquido e il fumo dei laboratori. A guarnire, una scorza di limone giallo e un bastoncino di liquirizia nera (le righe di Majakovskij) e, sul fondo, un'unica goccia di Campari che precipita rossa, ossia l'ideologia che tinge di sangue. Da sorseggiare in due tempi, con l'intervallo nel mezzo.
DAU non è un film facile, né vuole esserlo: è lungo, disturbante, e chi cerca una trama lineare resterà spiazzato da un montaggio che rovescia il tempo e sovrappone le realtà. Ma è anche, senza timore di esagerare, una delle cose più radicali e vertiginose viste su uno schermo negli ultimi anni: un affresco sterminato su come un sistema totalitario riscriva la natura umana, e insieme il ritratto intimo di un uomo che, cercando la libertà, perde la capacità di amare. Alla fine, quando le luci si riaccendono, ci si accorge di essere stati noi il coperchio sollevato, l'osservatore che ha fatto collassare vent'anni di attesa in un'unica, indelebile visione. Il gatto era vivo. Ed era anche, un poco, morto dentro di noi.
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