
Michele de Pascale, 41 anni, governatore dell’Emilia Romagna

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Bologna, 23 settembre 2026 – Il dato definitivo dell’Istat sul rapporto deficit/Pil 2025 conferma che l’Italia non uscirà quest’anno dalla procedura per deficit eccessivo. Il ministro Giorgetti parla di rammarico e indica nel 2027 il nuovo orizzonte. È un esito che va preso molto sul serio, tanto più che arriva dopo mesi nei quali la tenuta dei conti pubblici è stata indicata dal governo come uno dei principali risultati della propria azione. E invece, per il secondo anno consecutivo, l’uscita dalla procedura viene rinviata.
Credo che questo rappresenti il fallimento conclamato di una strategia che ha tenuto insieme un’austerità di fondo, qualche bonus fiscale e una serie di misure una tantum. Nel frattempo, per molti redditi medio-bassi il peso fiscale è aumentato, mentre alcuni interventi hanno prodotto vantaggi maggiori per i redditi medio-alti; inoltre sono colpevolmente mancati investimenti strutturali per rafforzare i servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, dalla sicurezza alle infrastrutture. Ma soprattutto è mancata una politica strutturale e di visione per la crescita.
Naturalmente con il debito pubblico che abbiamo, la tenuta dei conti è una responsabilità necessaria. Ma è altrettanto evidente che un paese come l’Italia può rimettere davvero in ordine i propri conti soltanto tornando a crescere in maniera significativa. Non con l’austerità e nemmeno con le “mance elettorali” distribuite senza un reale criterio – se non la propaganda – ad inizio o fine legislatura.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni
Il limite più grande di questo governo è stato non aver utilizzato fino in fondo gli spazi disponibili per sostenere la crescita. Anche sul piano europeo l’Italia ha progressivamente smesso di chiedere con forza strumenti comuni, a partire dal debito comune, mentre ha chiesto flessibilità soprattutto per sostenere la spesa corrente e non per finanziare una nuova stagione di investimenti.
In questo quadro miope il ministro Giorgetti ha certamente limitato i danni; tuttavia, è difficile non vedere l’assenza di una vera visione di politica economica e finanziaria.
Ed è forse questo il fallimento che meno ci si aspettava, poiché questa legislatura era stata impostata proprio sulla promessa della solidità dei conti. Per mesi abbiamo sentito ripetere, anche da molti commentatori, che fosse uno degli elementi positivi dell’azione di governo. Oggi, invece, quella promessa deve fare i conti con questo secondo rinvio. La questione, allora, non è soltanto quando usciremo dalla procedura, ma come costruire le condizioni per dare una prospettiva diversa al nostro Paese.
Con un debito pubblico come quello italiano serve con urgenza una strategia per tornare a crescere, fondata sulla capacità di tenere insieme l’aumento del potere di acquisto delle famiglie con più produttività, più investimenti, maggiore export, più ricerca e innovazione e sulla capacità di creare lavoro e valore. È su questo piano che dovrebbe concentrarsi il prossimo confronto politico, mettendo al centro una visione di medio-lungo periodo per rilanciare l’economia italiana, invece di misurarsi ancora una volta sulla dimensione di bonus o di misure una tantum.
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