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Delfin, schiaffo di Lmdv a Milleri: «La società non si chiama Millfin»


Leonardo Maria Del Vecchio sfiducia Francesco Milleri. E alza il livello dello scontro con il manager che tiene le redini di EssilorLuxottica e di Delfin, la finanziaria che custodisce gli asset di famiglia: dalla società dell'occhialeria a Mps, da Unicredit a Generali. La stoccata è diretta: «Sul Risiko bancario Milleri non può decidere da solo. Altrimenti si chiamerebbe MillFin e non Delfin». A questo punto la domanda è spontanea, Milleri andrà via? «Questo lo ha detto lei».

Di certo, l'imprenditore non aveva gradito che ad aprile, in occasione dell'ultima assemblea di Mps per il rinnovo del cda, Milleri avesse deciso sostanzialmente da solo di appoggiare la lista promossa da Plt per rinominare l'amministratore delegato uscente contro quella presentata dal consiglio.

Una presa di posizione netta, ma senza il coinvolgimento degli azionisti. Troppo per Del Vecchio. Che ora attende risposte dal board di Delfin. «Il cda - spiega l'imprenditore - non ci ha ancora chiesto cosa preferiamo per il futuro di Mps» oggetto da un lato di un'offerta da parte di Intesa Sanpaolo e dall'altro promotrice di una doppia Ops su Banco Bpm e Banca Generali.

Una questione non secondaria poiché «le banche - prosegue Del Vecchio - per noi rappresentano un puro investimento finanziario. L'asset industriale che dobbiamo proteggere si chiama EssilorLuxottica e a oggi, con la confusione che si è generata intorno alla società ha perso il 50% del suo valore. Va riportata a 300 euro».

Di conseguenza in questa nuova fase del riassetto, l'erede di Leonardo Del Vecchio auspica che Delfin non assuma posizioni ideologiche, ma si lasci guidare dai risultati e dai numeri. A cominciare dal fatto che l'Opas di Intesa su Mps è a premio sui valori di mercato: «Speriamo che per la prima volta il board chieda agli azionisti quali siano le strategie da adottare, esattamente come succedeva prima quando c'era mio padre guidare le strategie del gruppo».

Dopo la scomparsa del fondatore, però, la situazione è cambiata radicalmente: «Ora siamo in otto e proprio perché siamo così tanti siamo meno forti». Una debolezza, causata anche dalla mancata esecuzione del testamento, che secondo Del Vecchio permette «al consiglio di essere sempre così deciso o non deciso sulle questioni - a seconda della partita che si gioca».

Se da un lato il riferimento è chiaro al risiko bancario, dall'altro il nodo da sciogliere riguarda proprio quello dell'eredità ancora bloccata. - dipende dalla partita. Per uscire dall'impasse, l'imprenditore vede una sola strada: «Se si torna, e sono sicuro che si tornerà, a fare gli azionisti con un blocco forte, a quel punto la strategia verrà dettata dagli azionisti. E la mia uscita da EssiLux aiuterà a trovare un accordo».

In questo senso resta intatta la volontà di «creare un campione italiano finanziario che vada a competere con le più grandi banche europee. Era un sogno anche di mio padre. Ma va fatto nella maniera migliore e con consenso dei soci».

Il figlio del fondatore non fa nulla per celare il malessere generalizzato nei confronti del board di Delfin dopo 4 anni di inattività o attività diversa da quella che dovrebbe essere il ruolo di custodi - posto che il loro mandato è a vita e non sono nominati ogni 3 anni come i manager di qualsiasi altra società - e l'esecuzione testamentaria è mancata tuttora. Penso di essere stato l'unico e la persona più attiva nel cercare di chiudere la successione. Ero persino disposto a indebitarmi di 10 miliardi, il resto è storia. Ora vorrei che i board member facessero i board member, però che lo facessero full-time, non part-time».

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