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Denise Cosco e Lea Garofalo, la loro storia è simbolo di ribellione alle mafie


Lea Garofalo e Denise Cosco avevano la stessa età, 35 anni, quando entrambe sono morte, entrambe per essersi ribellate alla mafia e aver cercato la libertà. Garofalo è stata torturata e uccisa dalla ‘ndrangheta il 24 novembre 2009 per aver testimoniato contro il suo ex marito, Carlo Cosco. Denise ha testimoniato al processo contro il padre e oggi viveva con un'altra identità dopo essere uscita dal programma di protezione nel 2018. Giovedì 10 settembre, però, la giovane donna si è tolta la vita, gettandosi dal palazzo da cui viveva ad Ariccia, vicino a Roma.

Denise lascia un figlio di quasi quattro anni, la procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti e si attende la testimonianza del compagno per capire cosa sia successo nelle ultime ore. Chi la conosceva parlava di una sofferenza impossibile da superare del tutto: «I figli delle vittime di mafia», ha dichiarato Enza Rando senatrice Pd in Commissione Antimafia e avvocata di Denise, «sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un'esistenza sotto un'altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti».



La storia di Lea Garofalo

Lea Garofalo nasce nel 1974 a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, e a soli nove mesi rimane orfana dopo che il padre Antonio viene ucciso in una faida di mafia. Carlo Cosco è un suo compaesano e i due si innamorano da ragazzini per poi trasferirsi insieme a Milano dove Cosco inizia a frequentare ambienti legati alla ‘ndrangheta operante in Lombardia. Nel 1997 i Carabinieri arrestano Cosco e altri membri della sua famiglia per traffico di droga. È allora che Lea decide di sottrarsi ai codici mafiosi scegliendo una vita diversa. Lascia il compagno e glielo comunica durante un colloquio in carcere: la reazione dell’uomo è estremamente violenta dando inizio a una fase in cui Lea e sua figlia Denise, nata nel 1991, vivono in fuga tra minacce e intimidazioni. All'ennesimo episodio, Garofalo decide di rivolgersi ai Carabinieri diventando collaboratrice di giustizia, racconta dei traffici della sua famiglia e di quella del compagno e viene inserita insieme alla figlia nel programma di protezione testimoni.

La vita in esilio e con una nuova identità è molto dura e il processo a Cosco non progredisce, anche per questo nel 2008 Lea decide di uscire dal programma di protezione. Torna a Petilia Policastro, riallaccia i rapporti con la sua famiglia e con l’ex compagno ormai uscito di prigione. Cosco, però, è determinato a vendicarsi e c'è un primo tentativo di sequestro a cui Garofalo sfugge anche grazie all'aiuto della figlia che quel giorno era a casa da scuola. Nel 2009, però, Lea, che è in gravi difficoltà economiche, contatta di nuovo Cosco per chiedergli un accordo per mantenere Denise. Lui le propone di incontrarla a Milano e la sera del 24 novembre la rapisce, l'aggredisce e la uccide per poi far dissolvere il corpo nell'acido dandolo infine alle fiamme.

Denise, che non crede alla versione di suo padre secondo cui la madre l'avrebbe abbandonata scappando con i soldi, denuncia la scomparsa ai carabinieri e iniziano le indagini. Nel 2010 Carlo Cosco, insieme a diversi altri complici vengono arrestati e poi condannati nel 2013 all'ergastolo per aver sequestrato, torturato e ucciso Lea Garofalo.

La morte di Denise Cosco

Al processo contro suo padre, Denise Cosco è tra i testimoni chiave. «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», ha detto in aula. È stata lei a passare informazioni ai Carabinieri sul padre durante le indagini ed è toccato a lei riconoscere i resti di sua madre da pochi gioielli ritrovati solo nel 2012. «Mi hanno rovinato la vita», ha dichiarato, «ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto provo pena per lui. Non ha capito che cosa si è perso: una famiglia, una figlia, l’amore che avrebbe potuto avere».

Lea Garofalo e Denise Cosco sono diventate simbolo della ribellione alla mafia per il loro coraggio di denunciare e non piegarsi al sistema. Ora, tuttavia, anche la storia di Denise si è conclusa con un gesto tragico. «Al processo per l'omicidio di Lea Garofalo sono stata l'avvocata di Denise», ha ricordato Enza Rando, «un percorso drammatico in cui l'ho sostenuta e accompagnata per tanti anni in questa battaglia di verità e giustizia. Con Denise ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretto a convivere ogni giorno».