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"Devi dare risposte quando c’è bisogno. Non si finisce mai"


L’infermiera Tiziana Lucchetti: "Il caldo ha peggiorato le cose. Mi piace essere il primo e ultimo baluardo".

Tiziana Lucchetti, 55 anni, infermiera del pronto soccorso di Torrette da trent’anni. Una grande esperienza

Tiziana Lucchetti, 55 anni, infermiera del pronto soccorso di Torrette da trent’anni. Una grande esperienza

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Tiziana Lucchetti, 55 anni, è infermiera al pronto soccorso di Torrette da tre decenni, e sa bene come il reparto vada sotto pressione d’estate. Il caldo record di quest’anno non è solo un fastidio: è una variabile clinica, che riempie le barelle e allunga le attese.

Qual è il periodo di maggiore pressione, e cosa cambia con questo caldo? "L’estate, in particolare. La gente si muove di più, i turisti arrivano, il porto porta parecchio lavoro: Ancona diventa un grande centro metropolitano, e il viavai aumenta. Poi questa è un’estate anomala, più calda: nelle persone anziane, debilitate, con problemi respiratori, che sono borderline, il caldo fa aumentare le riacutizzazioni di alcune malattie. E non riguarda solo gli anziani: anche i pazienti oncologici giovani, gli allettati. Loro soffrono molto".

Cos’è un turno al pronto soccorso? "È un lavoro condizionato dall’imprevedibilità. Non è un mestiere dove alla tal ora si fa una cosa e dopo un’altra: devi dare le risposte nel momento in cui ce n’è bisogno".

Chi aspetta a lungo spesso protesta. Perché quelle attese? "Non conta l’ordine di arrivo, ma la gravità: prima vengono le urgenze, poi le differibili, quelle che possono attendere senza rischi. Chi ha un codice più basso vede passare avanti gli altri e si spazientisce, ma è così che si salvano le persone più gravi. A monte, poi, manca un filtro: così diventiamo il primo punto di accesso per tutto".

Quanto carico emotivo ci si porta addosso? "Tanto. Anche dopo tanti anni non ti abitui mai: qualcosa a casa te lo porti sempre. Certe situazioni ti colpiscono in profondità, e a volte arrivi a casa che ti dà fastidio persino il suono della televisione".

Trent’anni. È una missione? "Missione no. È un lavoro che ti prende, ti entra dentro: in un reparto tranquillo non mi ci vedo. Non so nemmeno cosa mi tenga qui: mi piace l’adrenalina, il fatto che non vivi mai la stessa cosa. Mi piace essere il primo e l’ultimo baluardo che la gente cerca: il primo nel momento del bisogno, l’ultimo quando non sa dove andare".

Il pronto soccorso come un microcosmo? "Un microcosmo popolato da tutti gli animi, perché qui viene di tutto. Diamo risposte a tutti: soddisfare certe richieste è a volte complicatissimo, ma ce la mettiamo tutta".

In trent’anni, il ricordo più bello e quello più brutto? "Belli ne ho tanti, nonostante tutto: quando lavori qui con tanta gente si forma una specie di cameratismo, ti fidi, ti vedi anche fuori. Il brutto è di questi tempi, quando avvengono le aggressioni: non credo proprio che ce lo meritiamo. Noi siamo qui per dare un servizio, non per fare la guerra né i buttafuori".

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