“La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito e alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche europee e nazionali. Paradossalmente, a questo immobilismo fa da contraltare il grande attivismo sul fronte della spesa militare“. Mario Pianta, ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore a Firenze, ha curato nel 2023 L’inflazione in Italia (Carocci), analisi del balzo dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina, delle sue conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze e delle (in gran parte fallimentari) politiche adottate per affrontarlo. Il suo punto di vista è particolarmente prezioso ora che il conflitto in Medio Oriente ha innescato una nuova spirale di rincari. Il 6 ottobre esce, sempre a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli), che aggiunge un altro tassello indagando come e quanto la corsa agli armamenti rischi di sottrarre risorse indispensabili per il contrasto alla crisi climatica, alle disuguaglianze e al declino industriale: “In breve”, riassume, “è un cattivo affare e un cattivo modello di sviluppo economico. Ma la scelta tra più armi e più spesa sociale è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale“.
Domanda. Professore, a settembre l’inflazione è balzata al 4,2% causa guerra in Medio Oriente mentre i salari reali italiani sono ancora ben lontani dal ritorno ai livelli pre Covid. Cosa ha insegnato la fiammata dei prezzi del 2022-2023? Chi pagherà il prezzo più alto?
Questo picco si collega a un processo di lungo periodo che ha mantenuto elevata l’inflazione. Ci sono tre fronti principali: l’aumento dei prezzi dell’energia ora legato alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la crescita dei prezzi delle case, saliti del 4% sull’anno precedente, e quello dei prodotti alimentari, aumentati del 5%. A perderci sono soprattutto le famiglie più povere, che spendono una maggior quota di reddito per quelle tre voci. Nel 2022-23, a fronte di un indice di inflazione medio dell’8,5%, per loro il conto è stato ben più alto: 12%. Oggi il 4% medio si traduce per quelle fasce in un 7-8% di perdita di potere d’acquisto: è un meccanismo molto forte di impoverimento e di allargamento delle disuguaglianze, che segue un trentennio in cui le trasformazioni dell’economia e il potere della finanza hanno ridotto di 15 punti percentuali la quota dei salari sul reddito nazionale mentre la fetta che va a profitti e rendite si è allargata.
Chi invece ci guadagna?
Le imprese con potere monopolistico e capacità di influenzare l’andamento complessivo dei prezzi a fronte di una domanda rigida. È il caso dell’energia: elettricità, benzina, gasolio e gas sono prodotti di cui i consumatori non possono fare a meno. Per questo storicamente questi prezzi sono stati controllati direttamente dai governi o decisi da imprese pubbliche. In Italia Eni ed Enel sono nate come imprese pubbliche e sono ancora prevalentemente di proprietà dello Stato, ma dopo le privatizzazioni si comportano come imprese private, puntando alla massimizzazione dei profitti. Il governo, che pure è il principale azionista, non richiede più comportamenti mirati alla difesa dell’equilibrio economico del Paese e degli interessi dei consumatori. E ne beneficia perché parte dei dividendi finisce nelle casse dello Stato.
Cosa avrebbe dovuto fare il governo, al posto degli inefficaci tagli delle accise e della “moral suasion” per ottenere mini sconti sui carburanti?
La lezione dell’inflazione del 2022-23 era proprio l’importanza di una politica di controllo dei prezzi dell’energia, per evitare che aumenti in questo campo portassero a una crescita generalizzata. Lo Stato dovrebbe stabilire un prezzo massimo per benzina, diesel, energia e gas, come è stato fatto per decenni. Invece di dare bonus e aiuti a pioggia, che sono un cerotto e un pessimo esempio di come utilizzare le risorse pubbliche pubbliche, occorrerebbe interviene alla radice dei problemi. Poi, se necessario, a fronte di forti rincari dei prezzi di acquisto, il governo potrebbe concedere compensazioni alle aziende. È quello che hanno fatto Francia e Spagna nel 2022-23.
Oltre al controllo dei prezzi, quali altri misure aiuterebbero a tamponare gli effetti dei rincari e sostenere i salari, il cui potere d’acquisto nell’ultimo decennio è crollato?
Tra le politiche promettenti ci sono, accanto all’intervento attraverso le imprese pubbliche, il salario minimo e un reddito di base. In più ogni sussidio alle imprese dovrebbe essere condizionato al rinnovo dei contratti di lavoro. I salari dovrebbero poter recuperare in modo stabile le perdite di potere d’acquisto dovute all’inflazione.
Nel 2022-23 la Bce ha alzato i tassi per frenare l’inflazione e ora ripropone la stessa ricetta, che però non aumenta la disponibilità di petrolio e gas…
L’aumento dei tassi ha senso in caso di eccesso di domanda, che in questa fase non si vede, come non lo avevamo nel 2022. L’effetto è soprattutto recessivo: riduce la già piccola crescita del Pil. Nel caso dell’Italia, dove il beneficio del Pnrr che aveva rilanciato gli investimenti si sta esaurendo, vuol dire tornare fanalino di coda. A livello europeo, con i consumi e gli investimenti che non crescono e l’export che risente dell’incapacità della Germania di mantenere i propri mercati internazionali, significa condannarsi a un ristagno di lungo periodo.
E allora perché si persevera in quella direzione?
Dipende dal debito: dagli Usa arriva una spinta verso tassi di interesse elevati per mantenere la capacità del dollaro e del governo americano di attirare capitali da tutto il mondo che vadano a comprare i Treasury. L’Europa ne viene influenzata e non è in grado di mettere in campo una politica comune per gestire il debito pubblico. L’ossessione del neoliberismo di vedere il debito pubblico come un grande fattore di instabilità e le regole sbagliate alla base dell’Unione monetaria e del ruolo della Bce inducono l’Europa a politiche autolesionistiche. Lo abbiamo visto con la crisi del debito della Grecia e dell’Italia nel 2010-2011 e adesso rischiamo di scivolare di nuovo in una dinamica di questo tipo.
La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito, alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche.
Una novità però c’è: ora, secondo l’Ue, bisogna riarmarsi fino ai denti.
È paradossale che l’immobilismo europeo su tutti gli altri fronti si ribalti completamente quando parliamo di spesa militare. Quella dei Paesi europei della Nato è quasi raddoppiata in termini reali negli ultimi dodici anni. L’aumento è iniziato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione, alfiere dell’austerità in tutti gli ambiti, sulla spesa militare ha invece utilizzato gli eurobond per finanziare il programma Safe, ha introdotto una clausola che consente di sottrarre gli aumenti della spesa militare dal calcolo del rapporto deficit/Pil e nel nuovo bilancio pluriennale 2028-2034 propone di moltiplicare per sei le spese militari, arrivando a 130 miliardi. Il piano Rearm Europe è arrivato a prevedere 800 miliardi in più di spesa in armi in quattro anni.
Il riarmo viene presentato anche come una nuova politica industriale. Ma davvero può produrre crescita e lavoro in Europa?
Nel libro mostriamo che la spesa militare ha effetti sull’occupazione che sono circa la metà rispetto a quelli che arrivano da investimenti pubblici in ambiti civili come scuola, sanità e ambiente. Inoltre l’80% delle armi che l’Europa compra dall’esterno viene dagli Stati Uniti. Una parte importante della spesa si indirizza quindi verso la produzione Usa, mentre da noi i benefici vanno a pochi grandi produttori. In Italia, ovviamente, Leonardo. L’obiettivo dichiarato è l’autonomia strategica e tecnologica europea, ma nel digitale e nell’intelligenza artificiale il monopolio delle Big Tech rende illusorio pensare che gli enormi investimenti militari creino da soli una capacità produttiva europea. È un cattivo affare, un cattivo modello di sviluppo economico e una politica illusoria.
Giorgia Meloni assicura che non verranno tolti fondi al welfare…
Lo spiazzamento c’è già. Abbiamo una riduzione della spesa per ricerca e università dopo la fine del Pnrr, il congelamento della spesa sanitaria mentre cresce quella privata perché il Servizio sanitario nazionale è sottofinanziato, una scuola in condizioni difficili e una riduzione della spesa sociale. Sul fronte dell’ambiente si concentrano risorse in ambiti diversi dalle energie rinnovabili e dalla lotta al cambiamento climatico. I problemi sociali stanno diventando più acuti. La scelta tra più armi e più spesa sociale, tra riarmo e difesa del welfare, è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale.