La geografia della scuola italiana continua a cambiare. E non soltanto per effetto della denatalità. Nell’anno scolastico 2026/27 gli istituti comprensivi statali supereranno il 60% delle unità scolastiche, consolidando un processo di aggregazione che nell’ultimo decennio ha modificato profondamente l’organizzazione della rete. Secondo i dati del ministero dell’Istruzione riportati dal Sole 24 Ore, rispetto al 2015/16 il loro numero è aumentato del 56%. Una trasformazione che interessa anche gli istituti omnicomprensivi, nei quali convivono scuole del primo ciclo e istituti secondari di secondo grado: in dieci anni sono cresciuti del 42%. Parallelamente diminuiscono le istituzioni cosiddette “monogrado”, costituite soltanto da scuole primarie – eventualmente insieme all’infanzia – oppure da secondarie di primo grado.
Il fenomeno non procede però alla stessa velocità in tutto il Paese. La Lombardia è la regione nella quale comprensivi e omnicomprensivi risultano maggiormente diffusi, raggiungendo il 67% delle istituzioni scolastiche. Seguono Sicilia e Piemonte, entrambe al 65%, con una crescita significativa rispetto alla situazione registrata nel 2015.
La tendenza all’aggregazione riguarda anche il secondo ciclo: in oltre il 56% delle scuole secondarie di secondo grado convivono indirizzi differenti sotto un’unica dirigenza. Un modello che amplia e diversifica l’offerta formativa della singola autonomia, ma che rende allo stesso tempo più articolata la sua gestione.
È proprio sul piano organizzativo che i numeri pongono alcune delle questioni più delicate. Sempre più dirigenti scolastici sono infatti chiamati a governare istituzioni composte da sedi collocate non soltanto in edifici differenti, ma anche in Comuni diversi.
Nel 2026/27 oltre il 15% delle dirigenze comprenderà scuole distribuite su due Comuni. Una situazione che nelle aree meno densamente popolate diventa ancora più complessa: tra gli istituti che hanno almeno una sede in un centro con meno di 5mila abitanti, il 9,3% arriva a coprire cinque Comuni.
Dietro la razionalizzazione della rete scolastica emerge così una questione che va oltre la dimensione amministrativa. Dirigere una scuola distribuita su territori differenti significa coordinare plessi distanti, comunità professionali diverse e rapporti con più amministrazioni locali. La distanza geografica rischia quindi di diventare una variabile non secondaria nell’organizzazione quotidiana dell’istituto.
Le conseguenze riguardano anche docenti e personale scolastico. La diminuzione degli alunni, legata soprattutto alla denatalità, può determinare la soppressione di classi e modificare gli organici. In questi casi un insegnante può trovarsi, da un anno scolastico all’altro, a dover prestare servizio a decine di chilometri di distanza.
È uno degli effetti meno visibili della progressiva riorganizzazione della rete: dietro ogni accorpamento o riduzione delle classi non cambiano soltanto numeri e denominazioni, ma anche gli equilibri professionali e organizzativi delle comunità scolastiche.
La crescita di comprensivi e omnicomprensivi racconta dunque una scuola sempre più organizzata attorno a istituzioni di maggiori dimensioni e articolate su più sedi e, non di rado, su più territori. Una tendenza destinata a confrontarsi con il calo demografico e con la necessità di mantenere un’offerta scolastica accessibile anche nei piccoli centri. La questione, allora, non è soltanto quante autonomie resteranno sulla carta, ma quanto saranno effettivamente governabili e quanto riusciranno a continuare a essere vicine alle comunità che servono.
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